Alberto Manzi «grande maestro»...

LA FICTION SUL MAESTRO MANZI, TRASMESSA SU RAI UNO IL 24 E IL 25 FEBBRAIO, HA RISCOSSO UN NOTEVOLE SUCCESSO.

PUBBLICHIAMO IL PEZZO DI PAOLA PARLATO "Alberto Manzi, grande maestro. Non è mai troppo tardi per ricordare" è stato pubblicato nel n. 58 del pepeverde. si tratta di una ricostruzione avvincente della vita e delle idee del famoso maestro, di un ritratto particolarmente fedele.

 

 

Allberto Manzi, grande maestro

Non è mai troppo tardi per ricordare

di Paola Parlato

 

Per gli inizi del 2014 la Rai dovrebbe mandare in onda un film su Alberto Manzi, maestro e pedagogista, qui ricordato per i suoi princìpi e per la sua straordinaria attività di educatore.
Dedicò la sua vita a correggere non tanto gli errori di ortografia ma prima di tutto le ingiustizie del mondo.

Quanti conoscono oggi Alberto Manzi? La maggior parte dei giovani non sa chi sia e tra i più anziani molti lo ricordano come un volto della televisione dei primi anni, quella in bianco e nero, con due canali e poche ore di programmazione al giorno. Per otto anni infatti, dal 1960 al 1968, Alberto Manzi legò il suo nome a Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, come recitava il titolo della trasmissione, un programma promosso dalla Rai con il sostegno del ministero della Pubblica istruzione. Manzi stesso era stato ideatore del programma che si proponeva di raggiungere gli analfabeti e i privi di titolo, ancora così numerosi nel nostro paese.

C’è poi un Alberto Manzi scrittore di testi scolastici, di libri di divulgazione scientifica e di narrativa. E proprio come autore di narrativa deve ancora una volta la sua maggiore notorietà a un mezzo di comunicazione più popolare della scrittura: il romanzo Orzowei divenne un film fortunato.

I libri di Manzi sono storie semplici, in cui l’elemento fantastico è sempre ancorato e intrecciato alla realtà. Il disadattamento e l’emarginazione, le ingiustizie sociali, la solidarietà, la libertà, il rapporto uomo-ambiente, il rifiuto della violenza sono i temi più cari all’autore, e sa raccontarli con la semplicità e la leggerezza della fiaba. Una savana teatro di guerra e di razzismo, i poveri villaggi latinoamericani, il mondo di un bambino apparentemente diverso, sono alcuni degli scenari dei suoi racconti, ma anche della sua vita e del suo impegno.

 

Maestro di testa e di cuore. Conoscenza e felicità

Ma chi era Alberto Manzi? Pedagogista, insegnante, scrittore, conduttore televisivo, suggeriscono le biografie. La definizione più appropriata è certamente quella di maestro, maestro per scelta e non per caso, per vocazione, potremmo dire senza peccare di retorica. La sua formazione di pedagogista fu affiancata o meglio preceduta da un percorso formativo di tutt’altro indirizzo (il diploma nautico e la laurea in biologia precedettero abilitazione magistrale e laurea in filosofia) e fu un contesto estremo – l’esperienza di insegnamento in un carcere minorile nell’immediato dopoguerra – che sembrò indicargli la via.

Maestro a tutto tondo, quindi, ma con un approccio pedagogico e didattico molto personale e innovativo, che arrivava a sfidare ordinamenti e istituzioni, quando le norme gli apparivano lesive dei diritti dei bambini. E così quando una disposizione ministeriale impose la formulazione di giudizi anche per i bambini della scuola elementare non esitò a ribellarsi. Marchiare con un giudizio un bambino che continuamente cresce e cambia, emotivamente e cognitivamente, gli sembrava profondamente ingiusto e si rifiutò di compilare le famigerate schede, nonostante le sanzioni che gli furono comminate, nonostante la sospensione dello stipendio. Successivamente sembrò arrendersi e accettare la normativa, ma solo per stendere per tutti gli alunni un identico giudizio, che recitava «Fa quel che può, quel che non può non fa». I nostri politicanti/burocrati lo capirono?

L’aspetto più interessante del credo pedagogico di Manzi è l’idea di conoscenza coniugata con quella di benessere, che si trasforma poi in una straordinaria lezione di democrazia. La scuola è un posto dove si deve stare bene, essere felici insieme, felici di scoprire, di conoscere, di conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, il bello e il brutto, il male e il bene, per camminare nella vita a occhi aperti e non essere disarmati, per cercare gli strumenti del cambiamento. «Per cinque anni abbiamo cercato, insieme, di godere la vita, e per goderla abbiamo cercato di conoscerla, di scoprirne alcuni segreti… infilando le dita nelle sue piaghe… perché volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per sanare le piaghe e rendere il mondo migliore. Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile». È la lettera di commiato scritta ai bambini di una classe quinta, dalla quale emerge con forza l’ideale di una scuola in cui si sta bene, il concetto del conoscere come gioia. E in nessun momento la ricerca di questo benessere si traduce in buonismo, né mai si indulge  alla condiscendenza ottusa; al contrario, quella che Manzi propone è una scuola che insegni a conoscere la realtà, ad approfondire, a discernere, per assumersi le responsabilità, per poter scegliere, agire e cambiare. In questa visione dell’apprendimento l’errore non è un fallimento o un’umiliazione, ma una delle possibili strade che il pensiero sperimenta nel suo percorso di ricerca e che – una volta comprese insieme le ragioni che l’hanno determinato – arricchisce il processo cognitivo. Un altro ideale per lui ir­rinunciabile e che cercò sempre di inculcare nei suoi bambini è la libertà, non una libertà vuota e formale, bensì quella che scaturisce dalla autonomia del pensiero, dalla capacità di non farsi condizionare e sopraffare, di restare se stessi sempre.

Alberto Manzi è stato maestro per tutta la vita e le sue esperienze fuori della scuola sono state quella di insegnamento nel carcere minorile e quelle di alfabetizzazione degli adulti in Italia e in America latina, dove si recava periodicamente. Esperienze apparentemente diverse fra di loro ma attraversate da un filo rosso di continuità ideale. L’attenzione agli emarginati, ai soggetti deboli della società, la ricerca di strategie e di linguaggi per recuperare le loro difficoltà e restituirgli un minimo di dignità e possibilità di partecipazione, si ritrovano tutte nell’impostazione del lavoro con i bambini. La classe è il miglior laboratorio dove sperimentare percorsi e strategie e gli interlocutori privilegiati del dialogo educativo sono i bambini in difficoltà, quelli che non sempre la scuola è capace di comprendere e accogliere e che rischia di allontanare e perdere.

Proprio come tanti adulti che a causa delle loro difficili condizioni di vita sono stati tenuti lontani dalla scuola e dalla cultura, privati della più importante forma di cittadinanza.

 

La straordinaria aula di «Non è mai troppo tardi»

La televisione dei primi anni era un mezzo meno freddo e impersonale di quello di oggi. Signorine-buonasera e conduttori cordiali salutavano il telespettatore con calore, guardandolo diritto negli occhi dalle telecamere dell’unica rete nazionale, al punto che alcuni anziani rispondevano al saluto, attribuendo al mezzo capacità di interazione.

Questo tuttavia non basta a spiegare il vero e proprio rapporto affettivo che Alberto Manzi seppe creare con il pubblico di Non è mai troppo tardi. E non era un pubblico facile, si trattava di adulti, in molti casi attempati, contadini, operai, spesso dialettofoni, gli emarginati di un’Italia che stava correndo verso il boom economico, lasciando disseminate sul territorio spaventose sacche di arretratezza culturale. Il programma, che cominciò le sue trasmissioni nel novembre del 1960, si proponeva l’alfabetizzazione a distanza di quegli adulti che non avevano avuto e non avevano possibilità di accedere a forme di scolarità regolari.

Anche in questa singolare esperienza Manzi seppe adottare una didattica innovativa e fu, per certi versi, il precursore dell’insegnamento multimediale. Abile disegnatore, era solito accompagnare la parola scritta con bozzetti a carboncino, che riempivano con rapidità ed efficacia i grandi fogli bianchi su cui lavorava; ai disegni si accompagnavano spesso fotografie e filmati, che facilitavano e ampliavano l’apprendimento. Eppure quello che rendeva così avvincenti le sue lezioni e così carismatica la sua figura non era solo la sua competenza didattica. Se è vero che la prima qualità di un insegnante è la sua capacità di relazione, la sua empatia con gli allievi, Manzi era un maestro straordinario, capace di riconoscere e guardare negli occhi una enorme scolaresca invisibile, di trasmettere fiducia, ma anche di sottolineare con un piglio severo e un aggrottar di sopracciglia la parola complessa o il concetto difficile. Con la sua trasmissione milioni di italiani impararono a leggere e a scrivere e conseguirono la licenza elementare.

Tra i suoi allievi non ci furono solo adulti non scolarizzati, ma anche molti bambini che frequentavano regolarmente la scuola e magari avevano qualche difficoltà; e così la sera aspettavano con il loro quadernetto l’ora in cui il maestro Manzi avrebbe tenuto la sua lezione. Con la sua espressione dolce e il suo sorriso, che riusciva a esprimere considerazione e rispetto.

Era nato a Roma nel 1924. È morto nel 1997 a Pitigliano, la cittadina toscana dove fu sindaco.

 

 

 

Alberto Manzi in TV

Ricorda un po’ troppo il maestro Perboni

Ascolti record per la fiction televisiva Non è mai troppo tardi, dedicata al maestro Alberto Manzi (avevamo parlato di Manzi e annunciato la fiction sul “Pepeverde” n. 58/2013). Lo sceneggiato ha tratteggiato parte della biografia e i principi pedagogici su cui poggiava il suo operato, nella scuola e fuori di essa. La storia personale e politica, lo scontro quasi quotidiano con le istituzioni, la incrollabile determinazione che sempre mise in quello in cui credeva, l’amore che seppe suscitare nei suoi alunni di tutte le età ne fanno un perfetto eroe dei nostri giorni. Ed è bello che la televisione abbia voluto celebrare la sua figura.

Al tempo stesso però questa operazione presenta dei rischi, primo di tutti quello che nella comunicazione di massa la storia si trasformi in un romanzo buonista, in un omaggio senza contesto e senza tempo ai nobili sentimenti e ai sani valori. Sino al punto da rendere poco credibili l’autenticità e l’efficacia del messaggio. E allora il pubblico potrebbe chiedersi con un certo scetticismo se veramente dai riformatori sia possibile uscire migliori o se si possa imparare di più e meglio in una scuola senza sussidari e senza voti.

Questo è  possibile, ce lo hanno dimostrato i buoni maestri come Manzi o come don Milani o come centinaia di altri ancora che nell’ombra e nella solitudine hanno messo nel loro lavoro passione e professionalità; spesso contro la rozzezza e la protervia delle istituzioni. Da questi eroi  in carne e ossa abbiamo ancora da imparare.

                                                                                               (p. p.)

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

         

Il Pepeverde
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