«il Pepevede» a Palermo

Si è svolto il 18-17 marzo con una grande partecipazione

il Convegno nazionale «Lettura e letteratura da 0 a 19 anni e oltre»

Riportiamo l'intervento di Ermanno Detti al convegno

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Convegno Palermo

Lettura sensuale, lettura razionale e la formazione del lettore

Ermanno Detti

 

La forza della letteratura

Ringrazio prima di tutto gli organizzatori di questo Convegno, il Cidi, le edizioni Palumbo: Pino Assandri, Clelia Tollot e tutti gli altri. È un convegno importante, come quelli si organizzavano un tempo, nato dal piacere di fare convegni, come si faceva un tempo. 

Toccherò in questa apertura molti punti, tutti un po’ superficialmente. Ho visto negli interventi che seguiranno opportuni approfondimenti

Per comprenderne il senso di questo Convegno la cosa migliore è di vedere il LOGO del Convegno stesso: la parola LETTURA si intreccia con la parola LETTERATURA. Sono d’accordo naturalmente, tutti noi siamo convinti dell’importanza del valore della letteratura per un “curricolo formazione del lettore”, come recita giustamente il sottotitolo. Di un lettore forte e stabile aggiungo io visto che nel nostro Paese à diffuso anche l’analfabetismo di ritorno. E tutti sappiamo anche che per la formazione di un lettore forte e stabile si debba possedere una base solida, una sorta di rete culturale fatta di conoscenze, di quelle che la scuola ma anche la società conoscono da sempre. Ricorro a un esempio: un lettore che non ha appreso a leggere bene a scuola avrà difficoltà a decifrare un testo e questa difficoltà potrebbe compromettere il fatto che egli sia davvero lettore per tutta la vita. Perché per diventare lettori occorrono almeno due cose:

  1. Una buona formazione di base
  2. Che la lettura avvenga per passione

Ci tenevo a precisarlo in apertura perché guardando anche i titoli degli interventi che seguiranno questo mi sembra il senso del convegno. 

Detto questo, partiamo da un dato di fatto. Ormai tutti sono concordi nel riconoscere che l’introduzione del libro di narrativa nella scuola sia stato un fatto positivo. Un peccato, se mai, che sia stato guastarlo con l’introduzione di schede didattiche che hanno disturbato spesso la lettura, che hanno impedito la passione del lettore.

La letteratura, ma anche al tre narrazioni come il cinema e penso anche la tv, può insegnare molto alla vita, alle regole della nostra vita. Rispetto agli insegnamenti letterari, in alcune opere tutto è molto esplicito, pensiamo alle favole esopiche, di Fedro o di La Fontaine (cicala e formica, lupo e agnello, tartaruga e lepre). La letteratura per bambini è poi piena di favole moderne, spesso piene di buoni propositi, con re leoni che odiano la guerra o con coniglietti che sono amici.

La letteratura può tutto, perché è arte e fantasia, e la fantasia è il luogo di tutte le ipotesi: la letteratura può intessere perfino matematica, scienza e filosofia nella narrazione: pensiamo alle opere letterarie e filosofiche insieme dei grandi filosofi e scrittori francesi come Albert Camus o Jean Paul Sartre.

Personalmente preferisco la letteratura diciamo così più alta. Pensiamo a quella letteratura che non si propone di insegnare niente evitando così ogni tentazione didascalica. Paradossalmente io penso che la letteratura meno vuole insegnare più insegna alla vita. Credo che un romanzo – come per esempio Il buio oltre la siepe (lo cito perché recentemente il libro è stato riedito e del film si è di nuovo parlato) – possa insegnare molto sulla convivenza civile di popoli diversi e sull’antirazzismo, molto di più che un manuale di educazione civica, anche se un manuale di educazione civica è importante. Gli esempi potrebbero continuare, con novelle o romanzi classici che indicano rispetto per i sentimenti della donna amata (mi viene in mente a Cirano di Bergerac) e non facciano mai poter dire agli assassini delle donne “l’ho uccisa per amore”. Ma molti altri sono i valori veicolati dalla letteratura, penso all’onestà e all’amicizia, valori che per fortuna pare si stiano riscoprendo nella nostra società in controtendenza a un mondo dominato dalla corruzione.

Un ultimo esempio, conosco persone che si sono appassionate alla storia americana perché sono amanti di cinema e fumetti western. Sull’intreccio tra letteratura e storia si parlerà nei laboratori.

 

Chi legge e chi non legge

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Tutto questi valori veicolati dalla letteratura presuppongono però che le persone leggano. Dobbiamo allora per questo partire dalla realtà dei fatti, soffermarci su un argomento freddo: l’indagine Istat 2016 ci dice che gli italiani che leggono almeno un libro all’anno sono scesi negli ultimi cinque anni dal 45 al 40,5% . Segno che circa il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. E evito di darvi i dati degli uffici di marketing dei grossi editori, che studiano invece i lettori che leggono almeno un libro al mese: sono meno delle dita delle nostre mani.

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Comunque al di là dei numeri possiamo tranquillamente affermare che il popolo italiano è un popolo di non lettori. È un dato di fatto, non serve nascondere la testa sotto la sabbia. Non ci possiamo poi meravigliare se anche i nostri ragazzi che giungono all’università non sanno leggere e scrivere bene. Di professori universitari che scrivono lettere alla scuola che non insegna a leggere e a scrivere e non considerano l’alta percentuale di analfabeti di ritorno nel nostro Paese penso sia inutile parlare. Pertanto questo bicchiere che appare più di mezzo vuoto (solo il 40,5% che legge almeno un libro all’anno!) dobbiamo immaginarlo, con un po’ di fantasia!, quasi mezzo pieno, nel senso che penso sia giusto non scoraggiarsi, portare avanti il nostro impegno che in fondo è quello della diffusione di buona cultura nel nostro Paese.

 

L’assenza della politica e di una sensibilità generale

D’altra parte non facciamoci illusioni. So bene, come penso sappiate tutti, che in questo convegno non potremo risolvere la difficile questione della lettura in Italia. So, come sappiamo tutti, che la situazione culturale dell’Italia potrebbe cambiare, ma ci sarebbe bisogno, alla base di tutto, di una motivazione grande che non c’è: una società e una politica che credono nei valori dell’educazione, che credono che la cultura diffusa è bene comune per lo sviluppo di se stessi e di un popolo. Per cui, partendo dalle nostre istituzioni – scuola, università ricerca e ricercatori, insegnanti, bibliotecari, genitori – tutti dovrebbero sentirsi coesi verso questo obiettivo. Investendo più denari certo ma anche spendendoli meglio. C’è sicuramente un problema di quantità, visto che tra i paesi sviluppati siamo tra quelli che investono di meno nella scuola; ma c’è anche un problema di qualità, che ha a che fare con le scelte di politica culturale del nostro paese.

Questo è davvero un obiettivo difficile. È difficile far entrare nelle coscienze questa semplice idea, che l’istruzione, quella vera, è il miglior mezzo per navigare nella complessità del mondo di oggi e quindi per lo sviluppo di un popolo. E’ difficile immaginare la nostra classe politica seriamente preoccupata del livello culturale degli italiani; c’è anche da dire che se questo livello fosse più elevato anche ai vertici del nostro sistema le cose potrebbero migliorare. Lo diceva Tullio De Mauro – di cui pubblico forse l’ultima lunga intervista sul numero del Pepeverde in distribuzione – che un popolo più colto avrebbe anche una capacità maggiore di scegliere i suoi rappresentanti. D’altra parte sappiamo che le rivoluzioni cadute dall’alto non funzionano: Per questo credo, e vi chiedo di credere, che una profonda trasformazione culturale degli italiani, se mai ci sarà come spero, non possa che partire dal basso.

 

Perché la sola conoscenza non basta: i sofisti di oggi

Vorrei soffermarmi un momento su questo punto riguardante la complessità del mondo oggi. Io credo che oggi, se tornassero i sofisti, sarebbero felicissimi di urlarci che avevamo ragione. Anzi i sofisti secondo me sono tornati.

 I sofisti, quelli di Atene di qualche secolo fa, dicevano che i fatti possono essere variamente interpretati e che le parole possono essere utilizzate per intossicare. La realtà, dicevano, è sempre plurale.

Pensiamo a un dato di fatto di oggi, l’immigrazione, e in quanti modi essa può essere interpretata, pensate solo alla differenza che c’è tra papa Francesco e Donald Trump.

Questa realtà plurale e articolata rende OGGI PIU’ DI IERI più facile l’opera dei manipolatori, è più facile alimentare equivoci e diffondere falsi. Oggi i nuovi mezzi di comunicazione ci inondano da teorie diverse che puntano a orientare le nostre decisioni. POSSIAMO GUARDARCI DAI SOFISMI DI OGGI?

Perché purtroppo la solo conoscenza non basta, occorre coltivare la capacità di ragionare e di giudicare. Per questo è importante la letteratura. Per muoversi bene nella situazione attuale occorre conoscere e allo stesso tempo dotare le persone di strumenti per giudicare quello che viene loro propinato. Questo è il compito più difficile perché si tratta di fornire l’individuo non solo di conoscenze ma anche di strumenti più complessi. E quindi non bastano strumenti logici e razionali, è utile anche una coscienza civile capace di osservare il mondo, di sapersi mettere dalla parte degli altri, di saper gestire le proprie emozioni, di saper voler bene agli altri. Non solo: di volere il bene degli altri all’interno di rapporti di rispetto della dignità propria e del prossimo.

 

Nemmeno le prediche bastano. Don Milani

Ma mi rendo conto che queste sono solo parole. Ma noi qui siamo tra degli educatori che già dai prossimi giorni avranno di fronte, in carne e ossa, ragazzi a cui vogliamo dare una mente lucida e sani principi, perché loro sono il futuro del mondo. E quei ragazzi sono in carne ed ossa e difficilmente si convincono con le prediche.

Allora correrò il rischio di avanzare proposte, cercando di non avanzare proposte dogmatiche ma aperte e scusandomi per l’invadenza Partiamo da una domanda: perché i ragazzi di Barbiana, bocciati dalla scuola statale e respinti sulle montagne, una volta avuto come insegnante don Milani si sono tutti diplomati e laureati? Don Milani otteneva quei risultati con questa motivazione, descritta in Lettera a una professoressa: ragazzi, diceva il priore, se non saprete parlare nella vita sarete raggirati e sfruttati da chi sa parlare meglio di voi. Allora i ragazzi lo seguivano e scrivevano che studiare era meno faticoso e meno sporco che pulire le stalle dalle merde delle vacche.

Ma io non credo che sia stato solo quello il motivo, ai ragazzi del Mugello piaceva essere un po’ cinici e sarcastici. Credo che il motivo profondo per cui i ragazzi si erano rimessi a studiare con tanto impegno la storia, la lingua e le lingue e soprattutto la Costituzione italiana, era perché avevano capito che il priore voleva fare loro del bene, che era dalla loro parte, che quando era severo lo era per il loro bene. Quello era il segreto della motivazione allo studio che permise di recuperare non i ragazzi di strada ma i ragazzi delle montagne del Mugello. Il fatto è che don Milani amava quei ragazzi e loro si sentivano amati, lo sentivano dalla loro parte e insieme cominciarono a studiare come ribellione alle ingiustizie.

Come avrete capito io sono fautore di un’educazione calda, anche per chi insegna matematica o chimica. Non che sia contrario a un sapere freddo (diceva Lucio Lombardo Radice che senza freddi calcoli non saremmo mai riusciti a raggiungere la luna), ma non si capisce perché nell’insegnamento dovremmo sottovalutare quello che ci proviene dalla passione e dal piacere.

 

Il piacere di leggere

 Allora mi permetto di riproporre qui il principio del mio libro Il piacere di leggere del 1987, il mio libro forse più diffuso, che ha conosciuto molte ristampe e riedizioni.

Nel mio libro elogiai il piacere e assegnai al piacere stesso valenze pedagogiche. Misi in evidenza un aspetto contro tendenza: se fino ad allora lo studio era stato considerato solo come impegno, sostenni che

Per la formazione di un lettore, che sia lettore per tutta la vita, occorre porre alla base il gusto della lettura. Per formare un lettore che non divenga poi un analfabeta di ritorno è necessario che i notri giovani provino un piacere fondamentale e profondo, è necessario passare attraverso una fase nella quale l’individuo riesca a godere della lettura al punto da ridesiderare quel piacere nel corso di tutta la vita”.

Alla base di tutto c’era insomma la lettura sensuale, quella che assorbe tutti i nostri sensi, al punto che un lettore immerso nelle pagine non sente quello che gli accade attorno.

Scrissi Il piacere di leggere, convinto di quello che dicevo ma mi rifeci a illustri studi precedenti: Rodari, De Mauro, Proust, Canetti, Ezenberger e così via. I quali avevano già messo in evidenza che fin da ragazzi si erano formati lettori attaccandosi alle pagine; leggendo in certi casi di nascosto sotto le coperte con una lampadina raccontava qualcuno. E dicevano che non la scuola con i suoi esercizi meccanici e stucchevoli li avevano resi lettori ma proprio quel piacere sensuale che fa sì che un lettore si attacchi alle pagine con piacere. Al punto da non sentire altro, perché tutti i suoi sensi erano concentrati sulle righe della pagina.

Citai in quel libro il seguente passo di Tullio De Mauro che vi leggo:

“Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio.

È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani. È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi”.

Il libro fu accolto subito bene paradossalmente perché molti non furono favorevoli e questo aprì una discussione e tutti sentirono il bisogno di leggerlo. Il tempo ha dato ragione a me e agli altri che abbiamo sostenuto queste istanze pedagogiche. Non c’è ragione quindi oggi di rinunce rispetto ai principi. D’altra parte nella discussione emersero posizioni integrative a quel principio. Organizzammo come Pepeverde un convegno anni fa che fu aperto da Franco Ferrarotti con una relazione dal titolo Il piacere e la fatica di leggere (cfr. Il Pepeverde n. 46). In fondo, sostenne il famoso sociologo, la lettura non è solo diporto, è anche studio e lo studio è fatica. Ma è piacevole quando quella fatica è compensata dalla soddisfazione del raggiungimento dell’obiettivo. Ecco questo credo che sia un punto importante, se poi l’obiettivo prefisso ha una motivazione affettiva, come quella di don Milani, io credo che sia anche meglio.

 

Non ci spaventiamo del mondo che cambia attorno a noi

Ed eccomi a un paio di battute conclusive.

  1.  Sono arrivate in maniera prorompente le nuove tecnologie. Sembra che i nuovi mezzi – tablet, smartphone ecc. – abbiano modificato il mondo intorno a noi, al punto che assistiamo nei nostri giovani a modificazioni antropologiche, o almeno così ci sembrano (per le vero modificazioni antropologiche sono utili decine di migliaia di anni!). Ma gli studi ci dicono che di fronte a questa situazione le risposte sono diverse nei vari paesi. Le nuove tecnologie ci sono naturalmente anche in Inghilterra, in Germania, in Francia e in altri Paesi industrializzati, ma lì i lettori non sono in diminuzione e l’uso di queste tecnologie è più equilibrato che in Italia. Sappiamo comunque ancora poco dell’incidenza delle nuove tecnologie sulla nostra formazione e sulle nostre coscienze, sono stati scritti decine di libri, pro o contro, ma quasi tutti convengono su quanto si diceva prima, cioè che per un uso più equilibrato di questi nuovi mezzi come per la comprensione della storia o dell’attualità, come per il controllo consapevole della realtà sia necessaria una buona cultura a tutto tondo. In altre parole, una buona formazione di base ci allontana dai eventuali nuovi pericoli e ci permette un uso migliore anche del nuovo che avanza.

 

  1. Voglio fare un cenno anche alle neuroscienze e alla neuropedagogia: ricerche in corso di cui si intravede già qualche risultato. Le neuroscienze ci dicono che appena impariamo a leggere il nostro cervello cambia per sempre. Il nostro cervello è straordinariamente plastico e, scrive la neuroscienziata americana Maryanne Wolf, «la lettura può essere appresa grazie all’innata plasticità del nostro cervello, appena una persona impara a leggere il suo cervello cambia per sempre, sia fisiologicamente sia intellettualmente». Noi impariamo a leggere e a scrivere non per una particolare inclinazione umana ma grazie all’innata plasticità del nostro cervello e il cervello di chi legge cambia per sempre in positivo, mentre quelli che non leggono non beneficiano di questo qualcosa in più.  Questo cambiamento non riguarda ovviamente solo la lettura. Scrive Alberto Oliverio, psicobiologo italiano nel suo volume Neuropedagogia che “Lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende, oltre che da un programma genetico, dall’esperienza, sia in termini positivi sia negativi. L’educazione ha quindi il compito di “dare forma” al cervello. L’obiettivo è di sfruttare le nostre attuali conoscenze per imparare ad utilizzare le capacità del nostro cervello stimolandone le varie aree e creando tra esse varie forme di connessione”.

Questa conformazione del nostro cervello avviene soprattutto nella giovane età. Si sa di persone che divengono lettori dopo la pensione, ma sono meno stabili, e lo divengono nel caso in cui già avessero una buona formazione di base.

 

Per concludere davvero vorrei risottolineare una cosa di cui sono fortemente convinto, cioè che il piano del conflitto, su cui sempre più spesso si fanno scivolare il piacere e l’impegno, il piacere disinteressato della pagina e la fatica dello studio, è un falso conflitto e un falso problema. Non saranno più tecnicismi e più severi controlli a indurre i giovani a leggere, a studiare, a pensare, ma la motivazione e il piacere di scoprire mondi e saperi diversi.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

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