Illustratori

Numero 53 - 2012

 

La Pimpa e i suoi parenti.

Intervista a Francesco Tullio Altan

di Ermanno Detti e Luigi Marcianò

 

La Pimpa, come proporla ai bambini? Portare a casa semplicemente il giornalino acquistato in edicola, comprare un suo libro, un cartoon in Dvd o scaricare le storie  semplicemente con un iPad? O forse è meglio lasciare la scelta ai bambini che ben conoscono la simpatica cagnetta? E perché il successo della Pimpa dura da tanti anni, dal 1975 quando cominciò ad essere pubblicata sul “Corriere dei Piccoli”?

Altan, il noto disegnatore e autore satirico, nonché creatore della Pimpa, la fantasiosa cagnetta a pois rossi dalle lunghe orecchie, ha davvero una bella casa. È una vera e propria villa, situata ad Aquileia, la città friulana fondata dai romani per sbarrare la strada ai barbari che minacciavano i confini orientali d'Italia nel 181 a.C. Vi si accede da un cancello in ferro battuto dopo aver attraversato un ampio cortile. Mura antiche, stanze alte e ampie, arredi semplici ma eleganti e intonati all’ambiente.

Di carattere cordiale, Altan è uomo semplice e schivo e per qualche minuto la conversazione procede a botta e risposta. Ma poi il gusto del narrare lo vince, si lascia andare e racconta, racconta. E tra gli altri, questo curioso e significativo aneddoto.

“Nel 1982 realizzammo, con Osvaldo Cavandoli, il primo cartone animato sulla Pimpa e lo sottoponemmo alla visione di un gruppo di bambini. Alla fine, quando chiedemmo cosa ne pensavano, una bambina disse: – Sì, mi è piaciuto, però la Pimpa non parlava come al solito –. La Pimpa era nata parecchi anni prima, aveva ormai più di setti anni, ma quello era il primo cartoon. Per noi fu un segnale molto chiaro, è ovvio che la bambina si riferiva o alla voce della mamma che le aveva letto le storie della Pimpa oppure alla sua immaginazione”.

 

Dalla carta ai cartoons

Insomma la voce della Pimpa quella bambina se l’era creata vedendola su carta… Questo dimostra che la lettura su carta è diversa dalla visione di un cartoon?

Il cartoon ha la sua autonomia, ha tempi di fruizione diversi. Leggendo un giornalino o un libro ognuno guarda le pagine per il tempo che vuole, osserva le figure, va avanti, torna indietro. Nel cartoon no, va avanti e quello è. Il genitore può essere vicino al bambino, può fargli compagnia. La lettura invece può avvenire anche insieme al bambino. Il giornalino permette un particolare rapporto tra i piccoli e gli adulti che leggono insieme. Specie se l’adulto è bravo, riesce a portare il bambino a immaginare, a fantasticare.

 Anche lavorare per un giornalino è diverso che lavorare per un cartoon?

Sì. Nel senso che quando uno disegna una storia per un giornalino ha già scelto le inquadrature e le sequenze. La regia di un cartoon invece è molto più difficile, perché c’è un’altra fase del lavoro, quella del coordinamento: ci sono alcuni aspetti specifici da curare, come il sonoro, il dialogo, il movimento... Insomma il passaggio dal giornalino o comunque da una storia su carta a un cartoon richiede un coordinamento dell’autore. Anche se ho lavorato con persone esperte, come il già ricordato Cavandoli e Enzo D’Alò che tutti conosciamo.

Torniamo alle origini della Pimpa. Tu sei un vignettista satirico e anche abbastanza incisivo. Come ti è venuto in mente di dedicarti all’infanzia?

Il mio interesse per l’infanzia si è acceso con l’annuncio della nascita di mia figlia. Ho fin da allora cominciato a pensare di creare qualcosa che potesse piacerle. Poi fu il mio agente che propose le tavole al direttore, Alfredo Barberis, del “Corriere dei Piccoli” di pubblicarle, e lui subito accettò. Ma quelle storie erano nate per fare contenta mia figlia, tant’è che rivedendole oggi…

Non sei soddisfatto?

Voglio dire che quelle tavole erano nate per gioco, direi all’interno di una felicità tutta familiare, e il disegno era ancora poco rifinito, molto libero, non rispettoso delle regole, fuori dai canoni. Ma il personaggio ebbe consenso e il successo dura ancora oggi. In seguito attraverso il giornalino autonomo, il cartoon, i libri e ora, crediamo, con la versione eBook.

C’erano o ci sono intenti educativi nella Pimpa?

No, no! Era un gioco! Il gioco di una cagnolina semplice che rappresenta un mondo sereno, come dovrebbe essere. Certo, i valori ci si possono anche trovare. Non perché io li cerchi, ma solo perché fanno parte della cultura e del punto di vista di una persona quale io sono. Non ci sono davvero intenti didattici o didascalici.

C’è un preciso ruolo degli adulti forse…

C’è il ruolo di Armando, che è quasi l’unico personaggio. Ci possono essere poi comparse di personaggi secondari, come il bigliettaio di un luna park. Ripensandoci a posteriori, il rapporto tra Pimpa e Armando forse riflette il rapporto tra mia figlia Chicca e me. Questo però solo a posteriori, non c’è alcuna premeditazione.

 

Il mondo come dovrebbe essere, il mondo com’è

Tu sei un vignettista satirico politico, anche abbastanza feroce, quando ci presenti l’operaio Cipputi o metti in ridicolo i rappresentanti del potere. E poi nella Pimpa e in altri personaggi per l’infanzia, rappresenti invece un mondo di tenerezza, di serenità, di candore e di dolce semplicità… Insomma Pimpa e Cipputi sono parenti?

Proprio non credo. No, no! Sono due mondi del tutto diversi, separati. L’unico legame tra questi personaggi che potrebbe esserci sono io.

Diciamo che hai due anime allora?

Può essere. Diciamo che il primo, quello di Pimpa, è il mondo come dovrebbe essere, il secondo, quello di Cipputi e degli altri, è il mondo com’è. Riesco a muovermi bene in questi due mondi e mi diverto molto. Non sono abituato a riflettere sui significati prima di fare le cose e nemmeno dopo. Tra l’altro anche la mia vita ha conosciuto i suoi passaggi. L’interesse per l’infanzia è venuto dopo, ho iniziato con il cinema, diciamo quindi con la sfera adulta, con l’anima due, e poi ci sono tornato con la Pimpa e i cartoni animati.  Detto questo riconosco il diritto di ciascuno di entrare nei miei lavori e vederci i vari significati.

In alcune tue opere che hai illustrato per ragazzi compaiono temi di grande rilievo. Pensiamo a Piccolo uovo di Francesca Pardi (Lo Stampatello editore, 2011, ndr), storia di un uovo in cerca di famiglia adottato alla fine da due pinguini gay. C’è stata anche una polemica…

Ho illustrato questo libro perché mi è sembrato contenesse una bella idea. Quando è scoppiata la polemica ci si è quasi dimenticati che il merito non è mio. Comunque ci tengo a precisare che il libro affronta uno dei quei temi importanti che i ragazzi dovrebbero conoscere, è uno strumento importante di discussione tra adulti e giovani. Perché i ragazzi debbono abituarsi a riflettere e essere sempre aperti ai problemi reali della vita.

E tu come ti sei preparato ai problemi della vita? Da ragazzo cosa facevi? Sei figlio di un noto antropologo… Come ti è venuta questa passione per il disegno?

Il disegno è una di quelle cose che si mettono via dall’infanzia! Disegnavo sempre, leggevo e disegnavo ed era un gran piacere. Era l’epoca in cui ancora non c’era la tv e per mia fortuna avevo una casa piena di libri. Leggevo di tutto, ero un lettore molto vorace. Leggevo anche Salgari, il “Corriere dei Piccoli” e più tardi Verne.

E i fumetti?Tu in fondo sei un fumettista…

Potevo leggerli, ma solo durante le vacanze. Erano gli anni Cinquanta e si diceva che la lettura del fumetto era diseducativa, così i fumetti mi erano concessi in estate. Avevo una gran passione per Gim Toro, per Piccolo Sceriffo e naturalmente anche per l’Intrepido. Amavo i fumetti formato striscia, molto diffusi all’epoca. Questa è stata la mia formazione.