Interventi

Numero 51 - 2012

 

Dalla Guerra dei bottoni alla fine del mondo
di Fernando Rotondo

 

Una frase si colloca al centro della scena della letteratura per ragazzi e dell’immaginario infantile nella prima metà del Novecento, la battuta che pronuncia uno dei capibanda alla fine di quella “Iliade in miniatura” che è La guerra dei bottoni di Louis Pergaud (1912): «… che rogna, per i figli, avere padri e madri! [...] E dire che, quando saremo grandi, saremo magari scemi come loro!» (1) (Yves Robert nel 1961 ne trasse l’omonimo film, «piccolo classico del cinema popolare… applaudito in mezzo mondo» (2)). Cade quest’anno, quindi, il centenario di un autentico classico della letteratura giovanile, pubblicato in Italia nel 1929 da Formiggini nella collana per adulti “I classici del ridere”. E poi in edizioni per ragazzi e la scuola purgate per le frequenti parolacce, le scene di nudità e i riferimenti impliciti ed espliciti alla sessualità. L’autore, maestro nella Franche-Comté dove si svolge la storia, racconta le battaglie a base di insulti e sassaiole tra i ragazzi di Longeverne, di famiglie anticlericali, “rosse”, e di Velrans, religiosissime, quasi vandeane. Scrisse il Roman de ma douzieme année – sottotitolo del libro – ispirandosi ai ricordi e ai giochi d’infanzia, inserendo finzioni nella realtà, ricalcando forse una sorta di antichi conflitti rituali paesani, certamente rintracciando residui di vecchi riti di iniziazione. Chi vince strappa i bottoni ai nemici umiliandoli e avviandoli a più pesanti punizioni familiari.
È un romanzo anticonformista, trasgressivo, quanto invece I ragazzi della via Pàl è “disciplinare” ed educativo da questo punto di vista; i bambini francesi, tartassati dagli adulti, non sono innocenti ma crudeli e a loro volta odiano gli adulti, ai quali si oppongono e resistono in tutti i modi, anche a costo degli inevitabili castighi corporali; non sono buoni né i piccoli né i grandi, piuttosto, secondo lo stesso Pergaud, «il bambino è il diavoletto felice che è l’uomo prima di essere un povero diavolo» (3). Tema di fondo, segreto, scrive Gianni Celati, è «la scoperta del corpo, l’allegria di denudare il corpo, di mettere allo scoperto le parti normalmente nascoste, e prima di tutto il sedere e il “pisello”», (4) con corredo di parolacce che accompagnano, sottolineano, enfatizzano: palle, uccello, culo, ecc.
Molti lettori di questi giocosi e allegri ribelli di fine Ottocento più tardi sarebbero finiti a marcire e morire nel fango delle trincee della Grande Guerra, quella vera, come il loro autore, morto a 33 anni guidando come sottotenente il suo reparto all’attacco nella notte fra il 7 e 8 aprile 1915 vicino a Verdun, autentico macello umano. Non diversa sarebbe stata la sorte dei ragazzi di Molnar e dei bambini della Byatt. (5) Pergaud, uno dei più moderni e spregiudicati scrittori per ragazzi, però, non era un anarchico, piuttosto un conservatore convinto che «il mondo è fatto così e non si può cambiare». (6) Ma le parole conclusive del libro, secondo Faeti, forse ci dicono che la guerra senza bottoni «si combatte per non diventare scemi […] Si deve riuscire, crescendo, a portare con sé il meglio dei propri dodici anni […] Perché scemi si diventa soprattutto per mancanza di memoria».(7)

 

Fine della banda?

Nella prima metà del XIX secolo fiorisce il filone delle “bande di ragazzi”: I ragazzi della via Pàl di Molnar (1907) è un’altra Iliade dei piccoli che difendono il grund, il loro spazio di avventura; Emilio di Kästner (1929), considerato il primo romanzo poliziesco per ragazzi, esprime la solidarietà dei giovani contro adulti inaffidabili o addirittura imbroglioni; La teleferica misteriosa di Pessina (1937) è un ben costruito giallo della Biblioteca dei miei ragazzi; La squadra di stoppa del giornalista sportivo De Martino (1941) è stato giudicato «il più bel romanzo di calcio italiano […] una specie di Ragazzi della via Pàl del football». (8)
Nella seconda metà del secolo “la banda” – in quanto sottogenere della narrativa d’avventura – consuma la sua fine per come è stata giocata fino ad allora. Conserva gli elementi fondamentali, dalla funzione di iniziazione e socializzazione all’organizzazione gerarchica e al perseguimento di fini autonomi e condivisi, ma subisce una importante trasformazione nel momento in cui dal gioco della fantasia passa alla drammaticità della realtà.
Il romanzo di gruppo giovanile vive i suoi ultimi fasti trasformando la guerra finta in azione vera. Come avviene paradigmaticamente in I ragazzi di una banda senza nome di Petter (1972; poi Una banda senza nome nel 1996), in cui i protagonisti dal gioco della guerra contro una banda di coetanei si trovano proiettati nel vivo della lotta partigiana, affrontando e superando un’impresa rischiosa «proprio grazie alle abilità acquisite giocando». (9) Giorgio Bocca, altro valoroso comandante partigiano, recente­mente scomparso, rievoca con finezza psicologica quello stato di grazia e innocenza: «E sembrava d’esser tornati, in certi momenti, al tempo fanciullo delle capanne costruite sulle ripe dei fiumi e delle lotte contro i ragazzi di un altro rione».(10)
Ma ormai, a fronte dell’individualismo e della “privatizzazione” del loisir, con videogiochi, computer e gadget elettronici vari, la “serietà” e la “socialità” del gioco, che ha la sua ragion d’essere e si organizza in bande, sembrano declinare irrimediabilmente. Ultimi bagliori di un epos infantile che si fa aula didattica di coraggio, lealtà, generosità, solidarietà e impegno civile disinteressato si possono trovare in La guerra delle pesche di Ampuero (2003), in cui il gruppo nasconde un oppositore ricercato dai militari cileni durante la dittatura di Pinochet; in La banda dei cherubini di Varriale (2003), i cui protagonisti sono orfani che partecipano alle Quattro Giornate di Napoli; in Hoot di Hiaasen (2003), che pone al centro una campagna ambientalista per salvare la specie in via di estinzione della Civetta delle Tane.
Nel nuovo millennio, tra il 2008 e il 2010, si moltiplicano i libri che recano nel titolo la parola: La banda del cane a tre zampe, La banda delle quattro strade, La banda degli scherzi, La banda del blu, La banda della III C. A parte La banda del mondo di sotto, che racconta la lotta per la sopravvivenza dei “boskettari” nel sottosuolo di Bucarest, in tutti gli altri la contrapposizione si gioca quasi esclusivamente tra adulti e giovani o all’interno di questi, per difendersi dai coetanei bulli.
Adesso un nuovo spettro si aggira nel mondo dei libri per ragazzi, quello del bullismo; una nuova figura di villain è sorta all’orizzonte della letteratura per l’infanzia: il bullo. Sommatene tre, quattro, cinque e più e avrete il branco, la più recente evoluzione di massa (in negativo) del gruppo giovanile, la sua regressione al modello “alto” del Signore delle mosche di Golding (1954). Esempi si possono trovare in L’uomo venuto dal nulla di Milani (2000), Quarta elementare di Spinelli (2003), Non chiamatemi Ismaele di Bauer (2008) o nel bullismo femminile di Ladre di regali di Chambers (2004) e Obbligo o verità di Thor (2007).

 

Il lato oscuro della fantascienza


L’ennesima, ultima mutazione – è il caso di usare questo termine di sapore fantascientifico – germina là proprio dove meno si penserebbe, nei mondi futuristici della distopia, in quel lato oscuro della science fiction (appunto) che allude a una realtà in cui le tendenze culturali, sociali, etiche e antropologiche odierne sono portate agli estremi più negativi, catastrofici, apocalittici addirittura. Lì, paradossalmente però, emergono barlumi di speranza, aperture per quanto timide alla fiducia e all’ottimismo, che fanno rivivere le bande di ragazzi in chiave avveniristica.
Quella distopica è oggi una delle tendenze più interessanti della letteratura per adolescenti, a loro gradita forse perché rispecchia in metafora le loro incertezze. Disastri nucleari, ambientali, epidemiologici, scientifici e genetici, spesso con conseguenze politico-sociali antidemocratiche e assolutiste, fanno balenare immagini di Apocalisse, come ha fascinosamente ma rigorosa­­mente raccontato e illustrato Andrea Tagliapietra in Icone della fine.(11) Contro la degenerazione degli adulti in “adulterati”, zombi cannibali, gli under 14 si organizzano in gruppi per resistere e sopravvivere (The Enemy, Oltre la soglia, Lunamoonda). Oppure adolescenti si ribellano a operazioni chirurgiche o estetiche per renderli tutti bellissimi e omologati secondo canoni consumistici (Brutti, Perfetti) o per rimuovere la ghiandola dell’amore e quindi delle emozioni che rendono incontrollabili (Delirium). E ancora si ribellano i nati “illegali” destinati a essere Eccedenze da usare come Risorse per gli altri, a causa della Pillola dell’Immortalità che impegna le coppie a non procreare (La dichiarazione). La Masini fa fuggire i suoi Bambini nel bosco, superstiti di una catastrofe, con il solo viatico di un libro di fiabe. In Gone i grandi sono misteriosamente scomparsi e i ragazzi ricostruiscono una loro società.
Di fronte alla assenza, latitanza o, peggio, all’impazzimento, alla degenerazione e “adulterazione” degli adulti – metafora di quel che spesso vivono oggi sulla loro pelle – i ragazzi riesumano e rinnovano la vecchia banda nella forma di una nuova comunità. Esemplare, in questo senso, appare Sopravvissuta di Fulvia Degl’Innocenti, che intreccia con sapienza narrativa: l’icona della fine del mondo a causa di un virus misterioso e letale (come nel film Contagion: ovvero quando il pipistrello sbagliato incontra il maiale sbagliato), il topos della robinsonade che porta una ragazza sola con un cane su un’isola deserta, la comunità di ragazzi sopravvissuti che si riorganizza e ricomincia una nuova vita. Come avviene anche nella Comunità dei Pan in Alterra. L’Alleanza dei Tre di Chattam. «E vidi nuovi cieli e nuova terra» sta scritto nell’Apocalisse: parola che etimologicamente significa rivelazione, visione, forse di un futuro migliore. Che queste bande di sopravvissuti, alla fin fine, siano più ottimiste di quelle della via Pàl e della Franche-Comté?

 

 

Note

1 L. Pergaud, La guerra dei bottoni, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1978, p. 308-309.
2 P. Mereghetti, Dizionario dei film 2008, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, p. 1348.
3 W. Fochesato, Il gioco della guerra, in Andersen, 239, luglio 2007, p. 23.
4 G. Celati, Introduzione a L. Pergaud, cit., p. 6.
5 A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Torino, Einaudi, 2010.
6 G. Celati, cit., p. 9.
7 A. Faeti, Gli amici ritrovati. Tra le righe dei grandi romanzi per ragazzi, Milano, Bur Rizzoli, 2010, p. 211-212.
8 A. D’Orrico, Si può scrivere di calcio dopo Brera?, in Sette, 12 febbraio 2002.
9 P. Boero, Fine della banda, in D. Mazza (a cura di ), Molti, uno solo. Tipologia della letteratura giovanile, Firenze, La Nuova Italia, 1994, p. 75.
10 G. Bocca, Partigiani della montagna. Vita delle divisioni “Giustizia e Libertà” del Cuneese, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 32.
11 A.Tagliapietra, Icone della fine. Immagini apocalittiche, filmografie, miti, Bologna, il Mulino, 2010.