Saggi

Numero 48 - 2011

 

Perché abbiamo bisogno di storie
di Jack Zipes

 

Non sarebbe esatto sostenere che, in assoluto, tutti i racconti sono utopistici o affermare che esiste un’essenziale natura utopistica nella narrazione di storie. Esiste, comunque, una tendenza utopistica del racconto che aiuta a spiegare perché noi siamo portati a creare e a diffondere racconti e perché siamo incantati da storie particolari. In pratica, perché abbiamo bisogno di storie nella nostra vita?
Nella sua opera, Il principio speranza, scritto durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, il grande filosofo tedesco Ernst Bloch argomentò che le nostre reali esperienze di vita sono alla base dei nostri desideri e idee di utopia. Poiché le nostre vite quotidiane non sono esattamente ciò che vorremmo, sogniamo e intravediamo un altro mondo di cui abbiamo bisogno e che stimola la nostra creatività ad arricchire un più ideale stato esistenziale. Per essere più precisi, è la realizzazione di ciò che è perduto nelle nostre vite che ci spinge a creare opere d’arte che non solo rivelano al loro interno i nostri sforzi e le nostre lotte, ma che gettano luce sulle alternative e sulle possibilità di ristrutturare il nostro modo di vivere e le relazioni sociali.
Tutta l’arte, secondo Bloch, contiene immagini di strade di speranza. Ovviamente, non tutte le opere contengono necessariamente una tendenza utopistica. Ma l’ispirazione e l’illuminazione di immagini di speranza si può trarre sia nell’arte alta che nell’arte bassa, in una sinfonia di Beethoven o in un brano rock, in una grande opera di Shakespeare o in un musical di Broadway.
La tendenza utopistica dell’arte ci spinge a riadattare e ristrutturare la nostra vita personale e la nostra vita sociale. Infatti Bloch sottolinea che ci sono concrete utopie, esperimenti di breve durata che hanno dato la reale espressione di nuove relazioni sociali e politiche. Queste concrete utopie rappresentano le basi per il futuro, poiché le speranze provate e realizzate noi non possiamo tradirle a lungo. Non possiamo pienamente negare che sono state concretizzate. Ne sono esempio alcuni dei maggiori eventi mondiali come la rivoluzione americana nel 1776, la rivoluzione francese nel 1789, la rivoluzione russa nel 1917 così come gli esperimenti di Fourier in Francia e la comunità Brook Farm in America. Ognuno di questi eventi ha lasciato tracce di come noi possiamo ripensare il futuro, sostiene Bloch. Queste rivoluzioni ed esperimenti – e ce ne sono molti di più di quelli citati - non hanno avuto interamente successo perché le condizioni socio economiche non permettevano ad essi di esistere. In ogni caso, il fatto che essi siano esistiti per un breve periodo dice molto circa la validità dei nostri desideri utopistici che noi continuiamo a concretizzare in differenti modi.
La credenza in un mondo migliore ci ha sempre accompagnato, e questa credenza utopistica assume una miriade di forme. Per esempio, la credenza nei miracoli e nella vita dopo la morte che si articola in leggende religiose e miti prende origine dalle nostre brame di utopia. La salvezza è predicata sulla nozione di un mondo più giusto in cui gli oppressi saranno protetti da un potere divino. Centinaia di migliaia di racconti in tutte le religioni sono stati diffusi con la speranza che noi saremo redenti dopo questa vita. Ma i più interessanti racconti utopistici, secondo la mia opinione, sono quelli che si focalizzano sulla vita presente. La tendenza utopistica delle storie sacre è chiara sin dalle origini. Ciò che non è così evidente è come le nostre storie profane e laiche abbiano una inclinazione utopistica e sono forse più affascinanti e significative poiché restituiscono il potere del miracolo agli esseri umani. In altre parole, essi suggeriscono che le persone ordinarie possono creare mondi migliori per loro stesse.
Le storie ci aiutano. Esse ci aiutano a costruire la mappa del terreno dell’utopia. Esse ci ripetono messaggi che alcune volte dimentichiamo. Nelle nostre storie comuni, la tendenza utopistica  è costituita dalle azioni di un ordinario, spesso un po’ ingenuo, personaggio che riesce ad affrontare gli ostacoli o un avversario ottenendo successo.

 

Le fiabe suggeriscono la felicità

Al loro meglio, le fiabe costituiscono la più profonda articolazione degli sforzi umani per costruire e mantenere un processo di civilizzazione. Esse dipingono metaforicamente le opportunità per l’adattamento umano all’ambiente e riflettono i conflitti che nascono quando non riusciamo a stabilire codici civili commensurati con gli interessi di grandi gruppi dell’umanità. Più cediamo ai nostri istinti di base – nel senso di elementari e corrotti – più diveniamo distruttivi e criminali. Più impariamo a metterci in collegamento con gli altri gruppi di persone e a far sì che la loro sopravvivenza e il soddisfacimento dei loro interessi siano in relazione ai nostri, più potremmo costruire codici sociali che garantiscano le relazioni umane. Le fiabe non sono solo utopistiche, ma sono anche straordinarie perché ci dicono ciò di cui abbiamo bisogno e ci mettono in discussione nel mostrare ciò in cui noi siamo carenti e come potremmo compensare.
Le fiabe suggeriscono la felicità. Questo suggerimento è ciò che Bloch ha chiamato “coscienza anticipante”. Noi creiamo opere d’arte che contengono tracce, segni, forme, modelli che anticipano e illuminano le nostre strade nel futuro. Questi suggerimenti di felicità hanno costituito il loro fascino utopistico che possiede una forte componente morale e politica. Noi non conosciamo la felicità, ma istintivamente sappiamo e sentiamo che essa può essere realizzata e forse anche definita. Le fiabe fanno emergere strade possibili per ottenere la felicità, espongono e risolvono i conflitti morali che hanno profonde radici nella nostra specie. L’efficacia delle fiabe e di altre forme di letteratura fantastica dipende dal modo innovativo in cui rendiamo attuali le informazioni dei racconti per i nostri ascoltatori. Come l’ambiente cambia e si evolve, così noi cambiamo i mezzi o i modi dei racconti per adattarli alle nuove condizioni e modelliamo gli istinti che non erano nati in modo necessario per il  mondo che abbiamo costruito al di là dalla natura. Questa forse è una delle lezioni che le migliori fiabe ci danno: noi siamo tutti disadattati per il mondo e ancora in qualche modo dobbiamo tutti insieme adattarci.
Non solo noi siamo colpiti dalla verve utopistica, ma le fiabe hanno uno straordinario, inusuale potere su di noi, e il critico francese Georges Jean individua questo potere ad un livello di coscienza, nel modo in cui tutte le buone fiabe strutturano esteticamente e utilizzano gli elementi fantastici e miracolosi per prepararci alla vita di tutti i giorni (1). La magia è usata paradossalmente non per ingannarci ma per illuminarci. Ad un livello inconscio, Jean crede che le fiabe più sorprendenti mettono insieme impulsi soggettivi e assimilativi con obbiettivi cenni a uno scenario sociale che intriga i lettori e si presta a diverse interpretazioni secondo le ideologie e le opinioni (2).
Ultimamente, Jean argomenta che il fantastico potere delle fiabe consiste nel modo straordinario in cui esse conducono alla realtà sociale. Inoltre, visto il divieto del discorso sulla fiaba all’interno di un processo di civilizzazione storicamente stabilito, una più attenta distinzione deve essere fatta tra gli aspetti progressivi e regressivi del potere delle fiabe in generale per comprendere il potere liberatorio dei racconti contemporanei per tutti gli esseri umani. Il concetto di “perturbante” di Sigmund Freud e il concetto di “home” di Bloch ci possono permettere di comprendere gli elementi costitutivi dell’impulso liberatorio che c’è dietro al fantastico e le proiezioni perturbanti nelle fiabe, sia classiche che sperimentali, moderne o postmoderne.

 

Qualcosa di non familiare

Nel suo saggio sul perturbante, Freud sottolinea che la parola heimlich significa ciò che è familiare e conforme e anche ciò che è nascosto, celato e mantenuto fuori dalla vista, e conclude che heimlich è una parola il cui significato si sviluppa nella direzione dell’ambivalenza, fino a che esso coincide con il suo opposto, unheimlich o perturbante, letteralmente “non come a casa”, “non-casamente”, qualcosa di non familiare (3). Attraverso un preciso studio della fiaba, The sandman, di E.T.A. Hoffmann, Freud argomenta che il perturbante o non familiare (unheimlich) ci porta ad un contatto più stretto, ravvicinato con il familiare (heimlich) perché esso toccai i disturbi emozionali e ci riporta a stadi rimossi.
Freud insiste che occorre essere estremamente attenti nell’usare la categoria del perturbante perché non tutto ciò che rievoca desideri repressi e modi di pensare superati appartiene alla preistoria dell’individuo e dell’umanità e può essere considerato perturbante. In particolare, Freud cita le fiabe come escludenti il perturbante.
Nelle fiabe, ad esempio, il mondo della realtà viene lasciato dietro da un perfetto inizio e il sistema animistico delle credenze è esplicitamente accettato e adottato. Appagamenti di desideri, poteri segreti, idee di onnipotenza, animazione di oggetti inanimati, tutti elementi così comuni nelle fiabe non esercitano nessun effetto perturbante qui; poiché, come abbiamo appreso, il feeling non può emergere se non esiste un conflitto di giudizio riguardo a cose che sono state superate e sono giudicate come incredibili, le fiabe non possono, dopo tutto, essere possibili; e questo problema è eliminato sin dal principio dai postulati, dai principi basilari del mondo delle fiabe (4).
Sebbene sia vero che il perturbante diviene il familiare, c’è ancora spazio per un altro tipo di esperienza perturbante all’interno dei postulati e dei costrutti della fiaba. Ovvero, l’argomentazione di Freud deve essere precisata guardando le macchinazioni narrative della fiaba. Comunque, non voglio occuparmi di questo al momento, ma vorrei semplicemente suggerire che il perturbante gioca un ruolo significativo nell’atto della lettura, dell’ascolto o della visione della fiaba. Utilizzando e modificando la categoria di perturbante, di Freud, io vorrei argomentare che la stessa azione di leggere, ascoltare e guardare una fiaba è un’esperienza perturbante poiché allontana il lettore da limiti, da restrizioni della realtà e trasforma il rimosso non familiare di nuovo in familiare. Bruno Bettelheim ha notato che la fiaba allontana il bambino dal mondo reale e gli permette di affrontare problemi psicologici e casi d’ansia per conquistare l’autonomia (5). Se questo sia vero o no, ovvero se una fiaba può davvero fornire i mezzi per far fronte a disturbi della personalità, come Bettelheim argomenta (6), rimane da vedere.
È vero, comunque, che quando cominciamo a leggere, ascoltare o guardare una fiaba, c’è l’estraniamento o la separazione da un mondo familiare che produce un sentimento perturbante che può essere nello stesso momento inquietante e confortante.
In realtà il completo capovolgimento del mondo reale ha già avuto luogo prima che noi cominciamo a fare esperienza di una fiaba dalla parte del narratore, sia esso uno scrittore o un regista (cinematografico). Il narratore invita l’ascoltatore/ lettore/spettatore a ripetere questa esperienza perturbante. Il processo attivo di lettura, ascolto e visione implica lo spostamento del/della lettore/ascoltatore/ spettatore dal suo/a ambiente familiare e quindi l’identificazione con il protagonista così che la ricerca di heimische  o casa reale può cominciare. La fiaba accende una doppia ricerca della casa: una avviene nella mente del destinatario (ricevente) ed è psicologica e difficile da interpretare, poiché la recezione di un racconto varia a seconda del background e dell’esperienza del destinatario. La seconda avviene all’interno del racconto stesso e mostra un processo di socializzazione e acquisizione di valori per l’inserimento nella società dove il protagonista ha più potere decisionale. La seconda ricerca della casa può essere regressiva o progressiva, dipende dall’atteggiamento del narratore verso la società.
In entrambe le ricerche la nozione di casa o heimat, che è etimologicamente vicino a heimlich o unheimlich, possiede una potente progressiva attrazione per i lettore di fiabe.

 

La lotta contro l’ingiustizia e la barbarie

Sebbene l’ambiente perturbante e i motivi della fiaba già ci aprono al ritorno ad esperienze primarie,  possiamo allo stesso tempo andare avanti poiché essa ci apre a ciò che Freud chiama “incompiuti ma possibili futuri ai quali a noi piace ancora aderire nella fantasia, tutti gli aspetti dell’Io che circostanze esterne avverse hanno schiacciato, tutti gli atti di volontà repressi, omessi che coltivano, alimentano in noi l’illusione del libero arbitrio” (7).
Ovviamente, Freud non vuole assecondare, perdonare l’attaccamento alle nostre fantasie nella realtà. Già Bloch argomenterebbe che alcune sono importanti da coltivare e difendere poiché rappresentano la nostra radicale e rivoluzionaria urgenza di ristrutturare la società in modo che possiamo finalmente ottenere l’obiettivo. Ciò che Bloch intende con il buon contenuto dei sogni è spesso la fantasia proiettata e l’azione della fiaba con una visione libertaria e avanzata: gli esseri umani che lottino per un’esistenza autonoma e un ambiente non alienato che tiene conto della cooperazione democratica e della considerazione umana.
La storia reale che prevede l’autodeterminazione degli uomini non può cominciare fintanto che esiste lo sfruttamento e l’asservimento di uomini ad altri uomini. L’attiva lotta contro l’ingiustizia e le condizioni barbariche nel mondo conduce all’home, all’utopia, un luogo che nessuno ha conosciuto ma che rappresenta il genere umano.
Filosoficamente parlando, allora, il reale ritorno all’home o la ricorrenza del perturbante è un movimento verso ciò che è stato represso e mai realizzato. Lo schema narrativo della gran parte delle fiabe implica la ricostituzione dell’home su un nuovo piano e questo spiega il suo fascino sia sui bambini che sugli adulti.
(Questo articolo riprende in parte e approfondisce quanto esposto nel volume di Jack Zipes, Saggezza e follia del narrare, Valore Scuola, Roma, al quale si romanda per eventuali approfondimenti)

Traduzione dall’inglese di Laura Detti

 

 

1 Le Pouvoir des Contes, (Paris: Casterman, 1981), pp. 153-4.

2 Ibid, 206–9.

3 Ripubblicato in New Literary History, 7 (1976): pp. 619-45. Si veda anche Helene Cixous, “Fiction and its Phantoms: A  Reading of Freud’s Das Unheimliche,” nello stesso saggio, pp. 525-48.

4  Ibid, 640.

5 Si veda The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales (New York: Knopf, 1976).

6 Si veda la mia recensione del libro di Bettelheim “On the Use and Abuse of Folk and Fairy Tales with Children: Bruno Bettelheim’s Moralistic Magic Wand,” in Breaking the Magic Spell: Radical Theories of Folk and Fairy Tales, rev. ed. (Lexington, KY: University Press of Kentucky, 2002), pp. 179-205.