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Autori
Mario Lodi
Intervista di Ermanno Detti
Leggevo “Il Corriere dei Piccoli”
Vorrei cominciare col chiederti cosa leggevi da bambino, insomma quale è stato il tuo rapporto con la carta stampata, dal libro al giornalino, dalle figurine al fumetto… E poi, la scuola ha avuto importanza nella tua formazione di lettore? Come erano i tuoi maestri?
Il primo libro che ebbi in dono per Santa Lucia quando avevo cinque anni e non sapevo ancora leggere fu L’intrepido soldatino di stagno di Andersen, che mia madre mi leggeva e rileggeva la sera, prima di andare a letto. Lei leggeva e io seguivo la storia osservando le figurine. L’interesse per la lettura, negli anni seguenti, me l’aveva trasmesso mio padre, quando a tavola raccontava a noi ragazzi i libri che leggeva, da Tartarino di Tarascona a Lettere del mio mulino a I Miserabili. Aveva un modo calmo di riassumere gli episodi senza trascurare certi particolari, e lasciava a noi spazio per le domande. I libri che ricevevo in dono dai miei genitori e da qualche parente erano di generi vari: storie di Indiani (che allora erano tutti cattivi), i libri di Verne, la serie di Salgari, Pinocchio, Il giornalino di Gianburrasca, Senza famiglia. Li leggevo e li scambiavo con amici e cugini, insieme a “Il Corriere dei piccoli”, a “Il Giornale di Cino e Franco” e ad altri fumetti. La scuola (eravamo allora in regime fascista) proponeva il solito testo unico Il balilla Vittorio e non aveva una biblioteca.
Una strategia per avvicinarli in maniera piacevole al mondo della lettura? Racconta, se puoi, qualche esperienza, qualche aneddoto in proposito…
Da maestro leggevo molti libri ai miei scolari. Nei primi anni dedicavo l’ultima mezz’ora della mattinata e del pomeriggio alla lettura. Era un rito: finito lo studio, l’immaginazione prendeva il volo e con la lettura creava scenari, personaggi, azioni, emozioni. Poi la lettura passò in primo piano: aprire la giornata leggendo creava attenzione e spunti di riflessione dai quali a volte nascevano discussioni e ricerche. Leggere bene non è facile ed io cercavo di migliorare sempre di più l’arte della comunicazione orale imitando gli attori che sanno cambiare il tono della voce, il ritmo secondo le situazioni narrative, dare vivacità ai dialoghi, usare le pause. Era per me un esercizio utile, che gli stessi bambini cercavano di imitare quando leggevano a voce alta i loro testi. Provai anche la narrazione, che richiede capacità di sintesi e di adattamento alle reazioni di chi ascolta. Leggevo libri interi. Uno di questi fu il Vangelo di Matteo, integrale, che fu un successo perché portò i bambini a scoprire, di episodio in episodio e di parabola in parabola, la psicologia e il metodo didattico di Gesù. Ci si fermava e i bambini ipotizzavano quale comportamento Gesù avrebbe assunto nelle diverse situazioni, comparandolo a quello che essi invece avrebbero usato. Nasceva così il confronto critico fra la morale di oggi e i valori del cristianesimo espressi dalla fonte evangelica. Questo accadeva anche per altri libri, per mezzo dell’identificazione con i personaggi nelle situazioni descritte dal racconto. Le nostre letture e i relativi scambi erano a livello privato. Si leggeva molto, avidamente. Il tempo che ora si passa davanti alla televisione noi lo usavamo per leggere.
Tu, diventato maestro, leggevi ai tuoi alunni? O comunque trovavi un modo, Oggi si parla di piacere di leggere, di biblioteche scolastiche, di scrittura creativa… Tu, tutte queste cose, le facevi tanti anni fa. Vuoi raccontarci in pratica cosa accadeva nella tua classe? C’era una biblioteca di classe? I ragazzi, li guidavi o erano liberi?
Nella mia classe, sin dal primo giorno di scuola, quando con la conversazione cominciavano a venire alla luce i fatti della vita dei bambini, da questa sorgente scaturivano gli spunti che la mia antenna di maestro avrebbe captato e utilizzato per insegnare che la lingua è il mezzo per comunicare il nostro pensiero e non solo per ripetere le parole del maestro. La prassi era semplice: un fatto veniva sintetizzato sia con le parole («Che cosa ha detto Fabio?» «Che un cavallo è scappato»), sia con un disegno. Il disegno veniva incollato su un foglio grande come un manifesto, sotto il quale io scrivevo a stampatello la frase. Intanto i bambini copiavano sul quaderno i segni alfabetici della frase e un piccolo gruppo di tre bambini, a turno, li riproducevano con i caratteri tipografici della pressa MCE. Tiravano le bozze che venivano distribuite a tutti per la correzione: i bambini erano ancora analfabeti ma riuscivano a individuare i segni capovolti, quelli che mancavano, insomma gli errori. Corretti gli errori (dai bambini), il pensiero veniva stampato in tanti fogli quanti erano i bambini, ciascuno aveva il suo che portava a casa, lo “leggeva” ai genitori e lo conservava nella cartellina personale detta Libro della vita. Quel breve pensiero era in embrione già una storia (Un cavallo è scappato, Il mio papà ara, La lucertola sta al sole, ecc.) e veniva raccolto nel più ampio libro della vita della classe. Nel giro di poche settimane, gli occhi dei bambini scoprivano il segreto della combinazione dei segni alfabetici con i quali era possibile decifrare, cioè leggere e scrivere tutte le parole del mondo. Nascevano così i primi libri scritti dai bambini. Nell’ultima classe prima che ho avuto, i libri nati e prodotti dai bambini furono 49: erano appesi con un cordoncino lungo la parete ed era la biblioteca dei libri con autori i bambini. Sulla parete di fronte c’era un’altra biblioteca, costituita da circa 50 libri di autori diversi. Dalle due biblioteche i bambini sceglievano i libri da portare a casa o da leggere a scuola nel tempo del lavoro individuale. Questo nel primo ciclo. Negli anni successivi venivano elaborate storie più complesse, a gruppi o tutti insieme, che richiedevano da una o due settimane di lavoro a un anno intero (come Cipì, La mongolfiera, Bandiera). E sempre, accanto ai libri scritti dai bambini, c’era la biblioteca di libri di adulti, e schede che rimandavano alla Biblioteca comunale, con la quale avevo un rapporto continuativo di collaborazione.
Nei tuoi romanzi riesci a trattare con straordinaria capacità i grandi e i piccoli sentimenti: l’amore e le tenerezze come in Cipì, i grandi odi come nel Corvo, l’amicizia profonda e vera come nei Ragazzi della cascina. Hai potuto riscontrare, nei tuoi continui rapporti che hai con il mondo dei giovani, se questi sentimenti sono effettivamente vicini anche alla sensibilità dei ragazzi?
Nei libri scritti insieme ai bambini o da me per i bambini, si trovano due elementi costanti: il soggetto collegato con la vita dei bambini e la forma lineare, chiara e vivace. Io penso di aver imparato qualcosa dal linguaggio ancora autentico dei bambini, che cerco di usare nei miei racconti. Tantissime lettere di bambini che ricevo continuamente me lo confermano: vuol dire che è un linguaggio comprensibile e aderente al modo di sentire dei bambini, senza scadere in leziosità. Nei miei libri, anche quelli che sembrano muovere tenerezza e amore, come Cipì o Bandiera, ci sono situazioni di alta tensione emotiva come il pericolo, il dolore, il coraggio, la morte. Per esempio Cipì, scritto quaranta anni fa, mi meraviglia il fatto che questo racconto, che è la metafora della vita del bambino, abbia ancora un successo enorme con i bambini di oggi che, si dice, so- no diversi e hanno altri interessi. Da quest’anno però, da maestre attente, ho ricevuto una segnalazione che mi pare un sintomo significativo su cui riflettere. In una classe prima del milanese l’entusiasmo per Cipì, è stato generale, però quando la maestra ha chiesto quale dei personaggi della storia avrebbero voluto essere, un piccolo gruppo di bambini ha detto: «Il cacciatore perché spara agli uccelli», i bambini che lo hanno preso e legato al filo, e il signore della notte perché è furbo, incanta gli uccellini e poi li mangia. L’immedesimazione per quei bambini non è venuta per il Cipì curioso, coraggioso e altruista, o per la sua compagna che diventa mamma, o per il fiorellino poeta, ma per i personaggi che ingannano e uccidono. Giro la domanda ai produttori di videogiochi e di film dove la violenza è pane quotidiano, e agli scrittori dell’horror che pensano di divertire i bambini con storie di crimini.
Parlami dei tuoi progetti presenti e futuri…
I miei progetti attuali sono contenuti nel programma della Cooperativa “Casa delle Arti e del Gioco” che ha come obiettivo la qualità della scuola. La nostra Cooperativa divulga questo concetto con tre mostre itineranti: L’arte del bambino per il linguaggio grafico, Alberi per l’educazione ambientale, e La scienza in altalena che dimostra come nei più semplici giocattoli della tradizione sono nascosti concetti scientifici da scoprire. Per il duemila vorrei attuare il progetto di un atelier dell’ozio creativo. La proposta è rivolta ai genitori che vogliono offrire ai loro bambini la possibilità di vivere serenamente il tempo extrascolastico in un ambiente dove possono fare ciò che a scuola liberamente non si fa: giocare, pensare, parlare, creare, scegliere fra le diverse proposte quelle che rispondono ai loro bisogni espressivi, manuali, ludici. Il bambino può scegliere di far nulla e osservare quel che fanno gli altri. Osservando o provando impara, scopre ciò che gli piace e a un certo punto qualcosa farà. I bambini oggi fanno sempre di più tante cose tranne una, importante e fondamentale per imparare con gioia ciò che si vuole e non ciò che viene imposto: oziare. L’atelier sarà aperto tutto l’anno e ha come obiettivo la convivenza di bambini di età diverse in un ambiente non violento.
Chi è Mario Lodi
Mario Lodi nasce nel 1922 a Piadena (Cremona) e si diploma maestro all’Istituto Magistrale di Cremona nel 1940. Da studente si ribella alle manifestazioni per la guerra organizzate dai fascisti: da quel “no” verrà la presa di coscienza che lo porterà poi, dopo la guerra, all’impegno pedagogico per una scuola nuova in una società democratica. Durante la guerra subisce il carcere per motivi politici e nel 1945, dopo la Liberazione, aderisce a Piadena alla sezione del Fronte della Gioventù e organizza le prime attività libere: un giornale aperto a tutti, il teatro, le mostre dell’artigianato locale, una scuola professionale gestita da docenti volontari. Nel 1948 è nominato maestro di ruolo a S. Giovanni in Croce, dove scopre le capacità creative dei bambini e la sua incapacità di maestro formato dall’Istituto Magistrale a formarle e organizzarle nel lavoro scolastico con una metodologia coerente. In quel tempo viene in contatto con il Movimento di Cooperazione Educativa, un gruppo di insegnanti di ogni livello che intendono adeguare l’insegnamento nella scuola pubblica ai principi della Costituzione repubblicana. Comincia un periodo di esperienze, incontri, dibattiti, seminari che ogni anno, nel Convegno Nazionale, si traducevano in una sintesi pedagogica. Nasceva così, con l’introduzione critica nella scuola italiana delle tecniche del pedagogista francese Celestin Freinet, un’impostazione pedagogica nuova e alternativa alla scuola trasmissiva di nozioni: il testo libero, il calcolo vivente, le attività espressive (pittura, teatro, danza, ecc.), la ricerca sul campo, la corrispondenza interscolastica, la stampa a scuola, la scrittura individuale di storie e di veri e propri libri come Cipì (Einaudi, Torino, 1961). Era un’impostazione che, insieme a quella dei bambini, liberava e formava la cultura del maestro. Parallelamente si dedica ad attività extrascolastiche, come la “Biblioteca Popolare” della Cooperativa di Consumo nella quale introduce la tecnica della stampa e pubblica i Quaderni di Piadena (Edizioni Avanti, 1962; documenti della ricerca sui vari problemi della gente realizzati dagli stessi giovani soci). All’interno della “Biblioteca Popolare”, nel 1957, si costituisce il “Gruppo Padano” per la ricerca dei documenti dell’espressività popolare in ogni sua forma tra i quali i canti popolari e i burattini. Il “Gruppo Padano” parteciperà poi a spettacoli a livello nazionale come Bella Ciao di Crivelli (presentato al festival di Spoleto nel 1967) e Ci ragiono e canto di Dario Fo. Nel 1956 ottiene il trasferimento alla scuola elementare di Vho di Piadena, suo paese natale. Qui, in ventidue anni di insegnamento, realizza molti libri: alcuni, scritti insieme ai suoi alunni, di fiabe e racconti (Bandiera, Cipì, La mongolfier, ecc.), altri che documentano le sue esperienze pedagogiche: C’è speranza se questo accade a Vho (1963), Il paese sbagliato (Premio Viareggio 1971), Cominciare dal bambino (1977) e La scuola e i diritti del bambino (1983). Tutti pubblicati da Einaudi. Dal 1970, per dieci anni, dirige il gruppo di ricerca della “Biblioteca del Lavoro” che produce 127 “Libretti di letture” e “Guide e documenti” pubblicati da Manzuoli Editore. Nel 1978 va in pensione e inizia altre attività nel campo educativo. Per tre anni dirige a Piadena la “Scuola della Creatività” nell’ambito di un progetto della Regione in cui i bambini dai 3 ai 14 anni e gli adulti sperimentano le più diverse tecniche creative. Nel 1980, con un’indagine sul territorio nazionale, raccoglie e classifica 5.000 fiabe inventate dai bambini, documentando così che la creatività infantile nonostante l’avvento della tv è ancora viva se i bambini si trovano nelle condizioni di esercitarla e svilupparla. Sulla spinta di questa indagine nasce nel 1983 “A&B”, un giornale interamente scritto e illustrato dai bambini in quanto cittadini che hanno diritto costituzionale di esprimersi e comunicare. Dal 1988 “A&B” diventa “Il giornale dei bambini”, pubblicato dalle Edizioni Sonda. Nel 1988, su richiesta di vari Comuni, insieme al gruppo redazionale di “A&B” riscrive la Costituzione Italiana in forma adatta ai bambini (Edizioni Marietti-Manzuoli). Nello stesso anno in Piadena costituisce il Gruppo artisti piadenesi, con il fine di valorizzare le capacità creative di giovani e anziani nei vari campi per mezzo di mostre e pubblicazioni. Nel gennaio 1989 gli viene assegnato il “Premio Internazionale Lego”, che viene conferito a «personalità ed enti che abbiano dato un contributo eccezionale al migliora mento della qualità di vita dei bambini». Con i proventi del premio fonda in una cascina a Drizzona, vicino a Piadena, dove Lodi si trasferisce, la Casa delle Arti e del Gioco della cui cooperativa è presidente: un laboratorio dove si sperimentano, con la guida di esperti, tutti i linguaggi dell’uomo. Nella stessa sede sorge un “Centro di Studi e Ricerche sulla cultura del bambino” e una “Pinacoteca dell’età evolutiva”. Nel 1992 viene realizzata, in collaborazione con la “Galleria Gottardo” di Lugano, la mostra L’arte del bambino, esposta in numerose città, che dimostra quali alti livelli espressivi può raggiungere il linguaggio grafico autonomo. Dai primi scarabocchi fino alla scoperta dell’astrattismo, le opere raccolte sono documenti della cultura del bambino spesso ignorate o distrutte dagli adulti. Negli anni successivi la Casa delle Arti e del Gioco pubblica 67 “Libretti di racconti, favole, poesie” di bambini, elaborati con il computer che esprimono atteggiamenti e sentimenti positivi come la collaborazione, il rispetto per la natura e per l’uomo, la felicità. Una serie dedicata a racconti e leggende dei bambini extracomunitari. Dal 1994 affronta il problema sociale dell’influenza negativa della televisione sui giovani, prima con il romanzo La Tv a capotavola e poi con la campagna Una firma per cambiare la Tv (oltre 550.000 firme raccolte e consegnate, tramite il Ministero della PI, al Capo dello Stato). In seguito alla raccolta di firme nasce il libro edito da Franco Angeli Cara Tv con te non ci sto più, scritto in collaborazione con il dottor Alberto Pellai e con la psicologa Vera Slepoj. Pubblica con la Casa delle Arti e del Gioco Alberi del mio paese (1992) e Rifiuti. La lezione della natura (1996): due libri-guida, scritti in collaborazione con G. Maviglia e A. Pallotti, che sono una sintesi operativa di due corsi e uno strumento per l’educazione ambientale, per promuovere una cultura del comportamento responsabile. Dal 1995, per conto dell’Editoriale Scienza, dirige la collana “Laboratorio Minimo” che ha edito diversi testi-guida per i ragazzi e gli educatori che intendono introdurre nella pratica scolastica l’atteggiamento scientifico. Nel 1998 cura, insieme alla figlia Cosetta, una nuova mostra di pitture di bambini dal titolo Alberi ed il relativo catalogo (Briciole di neve Editore). In collegamento alla mostra conduce i laboratori di educazione ambientale per i bambini e per gli operatori scolastici. Uno degli strumenti utilizzati è il libro-bianco Io e la natura (1999), che invita i bambini dai tre anni in su, con la guida di maestri, genitori e nonni, ad osservare direttamente l’ambiente naturale più vicino, conoscere il nome e il comportamento degli esseri viventi e disegnarli sulle pagine bianche del libro. Si vogliono così gettare le fondamenta di una cultura ambientale e aiutare i bambini a staccare lo sguardo passivo dal televisore. Una delle attività della Casa delle Arti e del Gioco è la ricerca sui linguaggi multimediali, con un gruppo di lavoro di cui Mario Lodi è animatore, che si propone l’individuazione di opere di qualità, la loro presentazione critica nelle scuole e l’uso della telecamera da parte dei bambini per realizzare film. Attualmente con una scelta radicale ha abbandonato la televisione, di cui critica la bassa qualità determinata dalla logica dell’auditel, per circondarsi invece di persone vive, creative, che pensano e coltivano interessi culturali. Sta documentando questo mondo reale, contrapposto al mondo virtuale televisivo, in forma di diario. Da alcuni anni, inoltre, Mario Lodi tiene, con bambini delle scuole elementari, medie e con allievi dell’Istituto Magistrale, corrispondenze scritte che, dal settembre 1999, sono pubblicate nella rivista “La Vita Scolastica” (Giunti). Nel giugno 1999, in collaborazione con Editoriale Scienza e il “Centro Gioco Natura Creatività - La Lucertola” di Ravenna ha realizzato, con la consulenza di G. Maviglia, la mostra itinerante La scienza in altalena. Si tratta di una mostra di giocattoli “scientifici” costruiti dai bambini elaborando leggi fisiche. Nel giugno 1999 ha pubblicato il nuovo libro I bambini della cascina (Marsilio Editore), “Premio Penne 1999”: è la rievocazione della vita dei bambini e delle loro famiglie in una grande cascina padana, dal 1926 fino allo scoppio della guerra mondiale. Nell’ottobre del 1999 a Cremona si inaugura il “Museo della città sotto-sopra” realizzato dall’Azienda Energetica Municipale e dal Comune di cui Mario Lodi con G. Maviglia ha curato il progetto didattico
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