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L'ebook del Pepeverde

Il file dell'ebook verrà inviato in regalo ai lettori che lo richiederanno in modo che possano leggerlo anche su tablet e ipad.


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BOX 1

Non solo nei telefilm le forze dell'ordine qualche  volta interpellano i giallisti per la soluzione di un vero caso di cronaca nera, ed anche a noi è stata fatta la richiesta semiufficiale (un operatore tra il Ris e il Ros) di individuare un modus operandi comune o l'impronta psicologica, in tre precedenti e scompagnati delitti che riteneva però esser opera invece di un colpevole seriale. Ma i giallisti (di professione o dilettanti) scoprono solo gli assassini, cioè i personaggi,  che hanno costruito.

 

 

John Dickson Carr

 

 

Israel Zangwill

 

 

Edgar Allan Poe

 

 

Edgar Wallace

 

S. S. Van Dine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Box 2

Già nel nostro libro d'esordio, Contatto a distanza,rifiutato dagli editori. ma  da poco  pubblicato  e messo a disposizione gratis on line affermavamo che 'In principio è l'informazione'.

(http://wwwdescrittiva.it/calip/ebook-pinocchio2punto0.htm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Fiori
www.giuseppefiori.com

 

Luigi Calcerano
www.luigicalcerano.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'enigma del Pepeverde

 

 

Cari lettori,

l’enigma del racconto giallo incompiuto è stato risolto, moltissimi lettori hanno partecipato con passione al gioco.

Qui di seguito trovate il racconto giallo scritto dai nostri giallisti con il finale svelato. Troverete anche i migliori finali dei lettori selezionati dalla giuria che verranno premiati con un abbonamento per un anno al Pepeverde.

La redazione ringrazia tutti i partecipanti al gioco e dà appuntamento al prossimo enigma…

 

 

 

E ora ecco il giallo completo…

 

  

 

Luigi Calcerano e Giuseppe Fiori 

Delitto nella panic room 

 

 

I. La cliente

 

Sono un'assassina, ma sono anche una giocatrice.

E se, per ora, l'ho fatta franca per avere ucciso mio marito, da buona giocatrice ho voluto rimettermi in gioco: accettare il rischio di perdere. Tutto!

Ho deciso di giocare quando, sull'altro lato della strada, ho notato una nuova insegna.

Un croupier aveva fatto scivolare quella carta dal sabot e l'aveva lasciata lì, per me.

Ma prima lasciate che vi racconti...

L'ingegner Forneri, ricchissimo – finanziere e marito di una donna seducente ed intelligente – come me, è il caso di dirlo – è stato trovato morto in una panic room chiusa dall'interno. La morte gli è arrivata con  un colpo di pistola calibro 38 sparato in fronte. Molti testimoni, tra cui io, dichiarano di aver sentito due colpi e la polizia ha trovato un proiettile conficcato nel coprinfisso di legno della porta blindata.

Villa Torlonia-Caetani a Campagnano di Roma, così si chiama la nostra residenza, dispone di una  panic room modernissima, una stanza completamente blindata, piena di scorte di cibo, con controllo monitor e ventilazione, allocata in una sorta di  caveau.

La panic room è stata creata da mio marito, all'interno dell'antica residenza della nobiltà nera romana, come rifugio in caso di pericolo, subito dopo aver visto il film omonimo di David Fincher, con Jodie Foster.

L'aveva cominciata a ristrutturare nel 2003 ed era magnifica e gigantesca, la villa, non la panic room, del resto anch'essa molto grande.

Quello che voglio dire è che la villa era comparsa su Forbes, conosciuta da tutti come "la Bibbia del capitalismo", si tratta della celebre rivista statunitense di economia e finanza fondata nel 1917 da B. C. Forbes, nota ed apprezzata per la stesura di alcune odiose classifiche annuali, tra cui una che riguarda le  case “più belle e costose al mondo”.

Villa Torlonia-Caetani di Campagnano di Roma si classificò, prima delle dimore europee, quindicesima del mondo con le sue 3 piscine, il bosco riserva di caccia, i 3 campi da tennis, i due di calcio, la pista di decollo e atterraggio per gli elicotteri, le scuderie e il maneggio per cavalli, un enorme garage, i due giardini, uno all'italiana, l'altro all'inglese, confinante col bosco, e, appunto, la modernissima e attrezzatissima "panic room".

Come ho detto, dopo averla fatta franca con la polizia, ho deciso di ingaggiare un investigatore privato, tanto per l'occhio della gente bene che mi circonda.

Aveva aperto la sua attività da poco. Dopotutto volevo un investigatore privato poco impegnativo e, soltanto dopo, da lui seppi che era stato costretto a lasciare il posto sicuro all'Istituto di Medicina Legale. Problemi contabili, che non hanno messo in dubbio l'onestà del futuro occhio privato. Non c'era stato un ammanco vero e proprio... ma i numeri non erano in ordine nelle celle frigorifere... comparivano più morti di quelli che avrebbero dovuto esserci. Considerata la stranezza del caso, invece di licenziare Alfredo Dolcestoria quelli dell'Università si accordarono con lui, per un esodo più o meno volontario.

Alfredo, soprannominato da tutti Dolcestoria, mi apparve subito come un uomo intelligente, disabile, curioso, depresso e sentimentale. Era chiamato così perché aveva sempre rifiutato rapporti sessuali occasionali, anche nei brevi periodi passati in pensione a Regina Coeli.

Era gay, marcatamente brutto e storto nel busto con consolidati problemi di movimento,  ma  diceva che per fare l’amore ci doveva sempre essere alla base una storia dolce. Insomma, come ho detto, un sentimentale.

Dolcestoria, a prima vista denunciava di essere gobbo; aveva mantenuto il camice bianco. In quel primo incontro si alzò ed uscì dall'incastro della sedia con la scrivania arrancando di sbieco verso di me. Procedeva slanciando in avanti il ginocchio destro e appoggiando poi il piede completamente sversato all'infuori. Gamba e braccio sinistro venivano trascinati da un unico movimento impresso da una torsione del busto ingobbito. Dopo due passi si fermò, ansimò sibilando e poi riprese la sua andatura scuotendo un po' la testa.

“È sicura di aver bisogno di me?” chiese subito.

Cominciai con la mia performance recitativa.

“Ho bisogno di lei, ho bisogno di aiuto. Vengo per una questione che riguarda mio marito, che è morto.” Lo guardai e mi feci audace: “Lei... è un’opera d’arte in movimento! Con che grazia ed eleganza si muove!”

Dolcestoria arrossì e non rispose. Continuò ad avvicinarsi.

Man mano che Dolcestoria avanzava verso di me la luce tenue del lampadario centrale faceva intravedere un volto dai lineamenti fini, con un'espressione profondamente malinconica. Mi guardò da vicino e ansimò.

“Come le va?”

“Così così, detective...”

Quel giorno ero davvero molto bella e nonostante Alfredo fosse predisposto altrimenti, sentii che gli piacevo un poco, il mio accento francese fece il resto. Mi accorsi che la sua predilezione per gli uomini s'era espressa più che altro in relazioni narrative, forse  platoniche. Difficile altrimenti ottenere una dolce storia in prigione o meno. Alcune donne adorano sempre, poi, sedurre i gay, una mia amica me l'aveva raccontato trionfante.

Nella squallida agenzia prima parlammo, poi rimanemmo in silenzio.

Il momento bacio, se mai s'era affacciato veramente, per mia fortuna si allontanò in fretta. Mi ripresi prontamente.

“Sto cercando di capire se mio marito si è davvero suicidato, come sembra, o se mi amava ancora e l'hanno inspiegabilmente ammazzato, in una panic room chiusa dall'interno. Eravamo felici, avevamo tutto per esserlo, avevamo puntato sul nostro matrimonio nonostante la differenza d'età... ci aveva risolto la vita... Poi siamo inciampati in un sacco di ostacoli imprevisti, la crisi, i mercati, lo spread, i tanti invidiosi, i suoi parenti... e da ultimo questo suicidio inspiegabile!”.

Dolcestoria osservò il mio volto delicato senza ombra di trucco.

“È sempre così quando si vuole puntare ad una sola cosa che ti risolva tutta la vita. Non esistono nel mazzo carte del genere.”

Così capii il perché della sua insegna.

Lo stanzone dell'ufficio era poco arredato, fiocamente illuminato e gelido. Dolcestoria si mosse per andare a sedersi davanti ad un tavolinetto metallico e sfogliò nervosamente un mazzetto di lettere e fatture .

 “ Mi ha detto che il morto si chiama Forneri, ma il nome molte volte non vuol dire niente....” sibilò Dolcestoria alzando gli occhi “Dovrei procedere se è possibile ad una identificazione. Identificarlo come uomo...”

“Identificarlo come uomo. Che significa? ”

Si agitò sulla sedia.

“Vede, m'è rimasto qualcosa del mio vecchio lavoro; per ogni cadavere che entrava all’Obitorio – lavoravo là prima d'essere esodato – veniva compilato un documento di accompagno, origine del cadavere, ospedale o commissariato che richiedevano i nostri servigi, esami autoptici da effettuare e la scheda statistica... Controllavamo che la pratica fosse completa e prendevamo in carico le salme. La procedura era minuziosa quanto inutile. Ma io già allora volevo sapere di più del morto... Così ora mi parli estesamente di suo marito.”

Accavallai le gambe e sospirai, mi ero accorta che sul tavolinetto c'era un registro nero e lo aprìi con naturalezza. Poi alzai le sopracciglia e passai al tu.

 “Tieni un diario?”

“ Sì, come le giovinette, l'ho chiamato Quaderni dall’obitorio, ma la prego, lo richiuda, ci sono pensieri, riflessioni e annotazioni di una vita precedente.”

 “ Quaderni dall'obitorio?”

 “ Certo!” tentò di raddrizzarsi il gobbo. “Ci dovrò scrivere anche le riflessioni che mi verranno dal morto suo marito, son note anatomiche, pensieri morali, di tutto. Prima della morte siamo tutti anonimi, è lei che ci misura e identifica. È lo sguardo dall’obitorio che permette di vedere la stoltezza dei tentativi di contrastare la morte, di combatterla. Io ho ancora quello sguardo e ci sono brani che ritengo francamente umoristici, perché son ben ridicoli i medici dei vivi. La morte è il fatto più importante della vita, perché di essa racchiude e ne comprende il significato, la sovrasta. Per questo son giunto alla conclusione che l'unica etica possibile sia l'etica della morte, non so se è d'accordo, l'unico sforzo veramente utile è quello che fanno quelli come me, che la morte aiutano a conoscere, analizzare, perfino psicanalizzare.”

Riflettei. L'avevo ben personalizzata, io la morte di mio marito!

“ Dimmi come e perché sei morto e ti dirò chi sei!” me ne uscii invece sorridendo per la prima volta da quando ero entrata. “Se svelare un mistero è indelicato nei confronti del mistero stesso, tu, uomo misterioso sei davvero il massimo dell’indelicatezza! Indelicato nei confronti del suicida o  dell’eventuale assassino.”

“Un po' d'indelicatezza serve per conoscerlo o vendicarlo...

È affare nostro... Sai come dice il Tasso ‘Non dee guerra co’ morti aver chi vive’ ”

Rimasi colpita dalle parole del detective.

“Dobbiamo parlarne ora? Non si può rimandare?”

“I morti vanno di fretta!” affermò l’uomo sbilenco della Morgue.

“Forse mio marito era pazzo, per questo si è suicidato! Era terrorizzato dalla mancanza di sicurezza.”

 “Siamo tutti pazzi, in queste nostre esistenze, sa cosa c’era scritto sulla facciata del manicomio di Teramo? Questi soltanto i pochi, forse nemmeno i veri. Ma andiamo con ordine: come mai avete acquistato e fatto costruire una panic room?”

 

 

 

II. Il detective

 

Alla lunga, benché fosse proprio una donna, non seppi resistere alla Pupin e così le dissi: “Chiamami Alfredo” anche se quella storia aveva cominciato ad inquietarmi.

Almeno avessi potuto vedere il cadavere!

Perché sembrava dimostrare simpatia per me? Non ero sicuramente il suo tipo per un infinità di ragioni che le feci sommariamente presente, nonostante, immagino, le avesse già notate a colpo d'occhio...

Strana donna. Ad un certo punto si lasciò sfuggire che anche lei, ora, avrebbe inseguito una storia, se non proprio dolce, almeno amabile, come un buon vino.

La Pupin guardò l'orologio e tornò a parlare della loro panic room e della sicurezza.

“Hanno quei grimaldelli per aprire le serrature e poi il piede di porco... con il frullino a batteria tagliano le grate delle finestre come fossero di cartone. E poi c'è la fiamma ossidrica che sventra le casseforti, a volte brucia tutto, brucia la casa. Mio marito era ossessionato dai ladri. Io ho paura specialmente dagli extracomunitari. Dei negri...”

Per essere affascinante, la razzistella, era affascinante. Viste tutte le ragioni che la allontanavano da me, 'almeno è bianco' deve aver pensato vedendomi.

“Poi ci sono gli acrobati, mi diceva sempre mio marito, lasci una finestra aperta e sei magari al quarto piano? Ti entrano a casa, figuriamoci se ci sono fuori impalcature!”

“Voi non avete impalcature e questi problemi da condominio cittadino.”

“...  quelli bravi con l'informatica neutralizzano i sistemi d'allarme con lo skimmer. Ce ne ha parlato il responsabile della SPRAI, Società Panic Room Anti-Intrusione. Mentre costruiva la nostra panic room e i sistemi di sicurezza, ce ne ha parlato a lungo.”  La Pupin si guardò intorno nervosa e proseguì: “I nordafricani, che non son proprio negri ma quasi, somigliano ai siciliani e ai calabresi, sono acrobati e informatizzati. Colpiscono dall'alto, si calano dal terrazzo o, più spesso, lavorano sulla  tecnologia: video, telecamere, cellulari. Gli zingari in genere preferiscono il modo più rozzo e brutale, picconate, spranghe e piede di porco per entrare.”

Tra gli altri pregiudizi, non capivo bene quello della sicurezza.

 “Il bisogno e la richiesta di sicurezza sono fatti politici con cui gente si è fatta eleggere. La panic room certo  risolve questi casi...è che mancano i soldi sennò molti per il terrore dei rapinatori e dei rapitori, dei teppisti tipo Arancia Meccanica vorrebbero una panic room per dormirci, almeno. Ci dormivate?”

“No. Dormivamo separati.” Scosse la testa, mettendo in moto i biondi capelli vaporosi. “Mio marito aveva una gran paura dei ladri italiani... Temeva un furto su commissione. Abbiamo dei quadri... capolavori del settecento...”

Continuò così con quell'inutile nomenclatura di ladri e quell'esercizio di equa intolleranza di sapore un po’ leghista. Poi le chiesi: ”E tu dov'eri quando si sono sentiti i due spari?”

“Ero andata in garage a prendere la cabrio, l'avevo messa in moto e mi stavo dirigendo all'ingresso della villa. Ma prima di arrivarci ho chiamato la polizia.”

“Che è arrivata subito?”

“Certo.” mi rispose infastidita.  

Capii che in quella mia prima investigazione, in mancanza di un esame autoptico, avrei dovuto avvalermi dell'aiuto proveniente dalle mie letture nelle notti solitarie alla Morgue.

 

 

 

III. I due giallisti

 

Fu così che incontrammo Alfredo Dolcestoria e ci affezzionammo a questo personaggio.

Avevamo scritto in Teoria e pratica del giallo un saggio sul mistero della camera chiusa e lui venne a chiederci come avrebbero potuto assassinare Forneri, considerato che la panic room è in sostanza l'ultima concreta epifania del caso della camera chiusa. Naturalmente ci eravamo preparati  e sulla nostra scrivania campeggiava una copia delle Tre bare di John Dickson Carr, in cui c'era una elencazione abbastanza completa dei sistemi per uccidere un uomo in una camera che poi risultasse chiusa dall'interno.

Indossava un vecchio completo sportivo che gli mascherava un po' la gobba.

Entrò senza degnare d'uno sguardo le foto delle dark ladies di cui erano tappezzate le pareti del nostro ufficio.

Arrancò di sbieco verso di noi. Slanciava in avanti il ginocchio destro e appoggiava poi il piede sversato all'infuori. Si muoveva in fretta, abbastanza agilmente considerata la disabilità, gamba e braccio sinistro venivano trascinati da un unico movimento impresso da una torsione del busto. Dopo qualche passo si fermò, toccò con la punta delle dita la poltrona davanti la scrivania e ci guardò interrogativo.

“Si sieda, prego” disse Giuseppe mentre lo aiutava a calarsi sulla sedia.“È sicuro di aver bisogno di me e di Luigi? Noi due siamo giallisti non poliziotti.”

Dolcestoria ansimò sibilando mentre si sedeva, poi scosse un po' la testa..

“Sapete tutto delle camere chiuse e penso che mi possiate aiutare... almeno a decidere se si è trattato di suicidio o di omicidio. Il signor Forneri è stato ritrovato all'interno della panic room con la parte superiore della testa del tutto mancante. In tasca aveva l'unica chiave elettronica della panic room. Dagli esami sulla mano è stato accertato che aveva sparato, ma dalla pistola, una Beretta calibro 38 mancano due colpi, ed in effetti un proiettile è stato ritrovano incassato nel rivestimento di legno della porta.”

“Noi sappiamo di libri gialli. Tutti i  gialli che parlano di camere chiuse si basano su varianti di alcuni dei sistemi principali che può trovare in questo genere di libri...”

“Perché non me ne parlate?” (Vedi box 1)

“Preliminarmente escludiamo  il trucco del passaggio segreto, non tanto perché vietato dalla regola 3 del decalogo del giallo di monsignor Knox, quanto perché le pareti della stanza erano un blocco unico d'acciaio.  Questo elimina anche le varianti minori della "piccola" apertura segreta, il pannello che consente il passaggio di una mano armata o il buco sul soffitto”.

“Questo volevo da voi!” confermò Dolcestoria “Gli elementi che ho potuto riscontrare sono: la mia cliente era fuori della villa in macchina, ha sentito gli spari e ha chiamato la polizia, il responsabile della SPRAI, allertato dalla polizia, ha aperto la panic room, il commissario dr. Soave ha trovato, come vi ho detto, l'unica chiave elettronica in tasca al defunto”.

“Procedendo con sistematicità, due sono le ipotesi, la camera era realmente chiusa e sigillata o appariva solamente tale.

Se è stato suicidio la camera era effettivamente chiusa. Eppure potrebbe trattarsi d'omicidio e si elimina l'incredibile uscita dell'assassino dalla stanza in quanto questi... non vi è mai entrato, non si è trattato di un assassinio ma di coincidenze e di incidenti che possono far pensare ad un assassinio. O anche si è trattato di assassinio ma la vittima è stata costretta ad uccidersi tramite suggestione, terrore, ipnosi, gas che rende pazzi ed altre simili amenità. Oppure si tratta di assassinio perché un congegno opportunamente nascosto nella stanza scatta e uccide quando la vittima apre un cassetto o fa un qualsiasi gesto innocente. Per il congegno può spaziarsi dai congegni meccanici (meglio quelli a molla o ad orologeria), ai congegni elettrici. Oggi, ovviamente, potrebbe utilizzarsi il computer, dato che la panic room era piena di circuiti computerizzati.

– Potrebbe darsi non sia assassinio ma suicidio che si vuol far passare per omicidio. Il suicida si chiude dentro la camera e usa per uccidersi armi che poi spariscono e fanno pensare ad un assassino che è entrato e uscito. Ma questo non è il nostro caso.

– Assassinio. Il delitto è commesso dal di fuori, ma per le strane modalità sembra commesso dentro la stanza. Nella stanza vi è in genere una finestra apparentemente troppo piccola perché serva alla bisogna ma... nella nostra stanza non ci sono aperture. Questo elimina anche le soluzioni che prevedono aperture sì, ma tali che nessun uomo potrebbe penetrarvi, ma può farlo uno scimmione, l'idea del maestro Edgar Allan Poe, un nano, un pigmeo. Un serpente velenoso, oltre che dalla finestra, può passare da un condotto per l'aria o per il cordone che serve a chiamare il cameriere. Tutto questo è escluso.

– Dobbiamo escludere anche un altro meccanismo: la vittima è stata drogata. Si chiude in camera e cade nel sonno. L'assassino bussa alla porta e non ottenuta risposta si finge opportunamente preoccupato e costringe gli altri a buttare giù la porta, poi mentre va a soccorrere la vittima, commette silenziosamente l'omicidio con un ago avvelenato o spillone nel cuore (Israel Zangwill, che ha scritto un solo giallo, è riuscito a passare alla storia del poliziesco con questo trucco).

In tutti questi casi la camera è davvero chiusa dal di dentro, ma si possono considerare non attinenti al nostro caso.

Diciamo pure che questo non c'entra ma è troppo bello!  Il caso in cui la stanza non è chiusa ma, da un certo momento in poi, è strettamente sorvegliata dall'esterno. La vittima è morta da tempo dentro la stanza. L'assassino/a che si è travestito/a come la vittima, entra nella stanza, si cambia di vestiti, veloce come Fregoli e ne esce quasi immediatamente col suo aspetto abituale, come se avesse appena incrociato la vittima. Se il tipo di delitto richiede tempo (pensiamo ad un cadavere fatto a pezzi) l'alibi è assicurato.

Un'altra famiglia di sistemi riguarda i casi in cui la camera solo apparentemente è chiusa dal di dentro e inaccessibile. In queste storie la soluzione è nello scoprire il modo con cui l'assassino ha truccato porte e finestre in modo da farle sembrare chiuse:

– si possono togliere i cardini della porta senza togliere il paletto o aprire la serratura; da escludere.

– si possono staccare i chiodi dell'intelaiatura della finestra e staccare tutto il telaio; da escludere.

– si può chiudere ermeticamente una finestra cui è stato tolto il vetro. Con un po' di stucco, mastice, creta, poi, il vetro è risistemato; da escludere.

– si può chiudere con la chiave dal di dentro infilando nel foro della testa della chiave una sbarretta legata ad un cordoncino, che poi si passa sotto la porta. Tirando con forza e cautela il cordoncino la sbarretta fa leva e chiude la porta. Allentando il cordoncino e dando leggeri strattoni la sbarretta si disimpegna dall'occhio della chiave e può essere recuperata dal di fuori; da escludere.

– con un sistema di spilli e cordoncini si può anche far leva sul paletto e costringerlo a scorrere (S.S.Van Dine ); da escludere.

– col solito ghiacciolo che può impedire la calata del saliscendi, accostare la porta ed attendere che, mentre il ghiacciolo si squaglia, la forza di gravità faccia chiudere la porta dal di dentro. Al posto del ghiacciolo si può usare una sbarretta legata ad un cordoncino che si può recuperare dalla fessura sotto la porta; da escludere.

– la porta è chiusa dal di fuori, l'assassino si tiene in mano la chiave, finge di vederla nella toppa, fa praticare un'apertura accanto alla serratura, inserisce la mano in cui nasconde la chiave, finge di trovare a tastoni la chiave, mentre la inserisce ed apre la porta dal di dentro; da escludere.

Riprendemmo fiato e incalzammo:  “Si può chiudere la porta dall'esterno, rimandando l'unica chiave all'interno della stanza. Edgar Wallace, ne L'enigma dello spillo elabora un meccanismo veramente notevole, che vale la pena di ripercorrere.

L'assassino pianta uno spillo robusto al centro del tavolo che campeggia nella camera chiusa. Lega alla capocchia dello spillo un filo molto resistente, poi svolge il filo dal rocchetto per parecchi metri e fa passare il filo nell'occhio di una chiave. Sopra la porta della camera esiste una griglia per l'aereazione, una griglia resistente e strettissima che farebbe passare a malapena uno spillo. Fa passare il filo attraverso la grata e lo lega con un nodo a fiocco alle sue maglie, in modo che il nodo resti all'esterno.

A questo punto l'assassino ha un lunghissimo filo, da una parte legato allo spillo piantato nel tavolo, dall'altra alla griglia dell'aereazione, in mezzo la chiave. Poi l'assassino esce dalla stanza (dopo aver commesso l'omicidio, è chiaro) e prima di chiudere la porta tira a sé la chiave, sempre legata al filo, la fa passare sotto la porta, accosta il battente, infila la chiave nella serratura ed inchiava. Poi fa passare di nuovo la chiave sotto la porta e si dedica a sciogliere il nodo a fiocco sulla grata. Sciolto il nodo trae a sé il filo che, all'interno della stanza, si tende. La chiave scivola sul filo teso verso il tavolo e va a cadervi sopra. Ora la chiave è sul tavolo, basta un delicato strattone e lo spillo si stacca. Non resta che tirare il filo, per recuperarlo, il che avviene facendolo passare per quella grata che a malapena lascia passare appunto uno spillo. La camera è chiusa, l'unica chiave è all'interno, un nuovo mistero è pronto per sfidare i lettori. Peccato sia da escludere” .

“E questo è tutto?” disse e ci guardò interessato Dolcestoria.

“Quelli elencati in sintesi non sono tutti i metodi usati dai giallisti nei gialli della camera chiusa, si tratta  solo di un elenco incompleto, può servire a spiegare la struttura di base di quegli inimitabili, affascinanti giochi letterari, niente di più.”

“E il marito della signora Pupin?”

“Trovato dentro la panic room chiusa dall'interno, con l'unica chiave informatica in tasca, suicidio, suicidio, in fondo non è detto che fosse felice con una donna tanto più giovane...”

“Sembra impossibile non essere felice, con una donna così! Per chi preferisce le donne, naturalmente”

Luigi ripeteva meccanicamente: “Si sentono due colpi e la signora è fuori, ha appena lasciato la macchina fuori dell'entrata. Chiama la polizia e il commissario Soave fa venire il responsabile della SPRAI. Il responsabile apre... il signor Forneri è quasi decapitato. Soave entra solo e fa rimanere tutti fuori. Entrano quelli della scientifica, il Ris o il Ros... Sembra proprio suicidio. La signora Pupin è affranta.”

Dolcestoria si mosse verso di noi con la sua inimitabile camminata. Un sorriso gli storse la bocca ma gli illuminò gli occhi.

“Ho capito come ha fatto! È lei, la mia bella cliente, l'assassina.”

“E il movente?“ chiedemmo noi giallisti  “naturalmente il denaro?”

“In una delle nostre brevi confidenze mi ha detto di essere una giocatrice, avrà avuto molti debiti di gioco.” Il detective concluse a bassa voce: “Le auguro solo che in prigione abbia la sua dolce storia!”

“Ma, insomma, come ha fatto?”

 

 

 

IV.

Il finale degli autori… Il commissario

 

Il portone della Questura, quella sera a S. Vitale, era chiuso. Non che la Questura la sera chiudesse i battenti, ma si attendeva una manifestazione dei sindacati di polizia a fine turno e nessuno più dei poliziotti conosceva i poliziotti. Per questo era meglio tenere chiuso il portone.

Dolcestoria faticò a farsi aprire, aveva un appuntamento alle 20 con il commissario Soave, potevano controllare.

“Mancano dieci minuti.” osservò contrariato il piantone.

“Mi piace essere puntuale, e per arrivare fino all’ufficio del commissario, a piano terra, ci impiego questi dieci minuti.”

Il piantone lo guardò allontanarsi arrancando con il suo passo sghembo.

Ora eravamo seduti uno di fronte all’altro con la mia scrivania scura in mezzo.

“Non ho molto tempo, oggi, ne d’altro canto” aggiunsi con ironia poco sottile “credo che ci siano da fare, nell’indagine appena conclusa per la morte di Forneri, ulteriori passi in avanti. Ma prego si accomodi.”

Dolcestoria si sistemò su una sedia di lato alla scrivania e mi guardò con un sorriso pacifico “Uno solo, ma significativo… partiamo brevemente da un assunto: in questa vicenda o il suicida non si è preoccupato minimamente che non sembrasse un omicidio – il primo colpo sparato inutilmente contro il rivestimento in legno della porta blindata e il secondo sparato in piena faccia – o l’omicida non si è preoccupato che sembrasse un suicidio. In quest’ultimo caso avrebbe dovuto infatti sparare un solo, classico colpo alla tempia destra di Forneri, che non era mancino.”

Quanto era brutto, poveretto, lo continuavo a fissare distrattamente ma non riuscivo a non pensare che alla sua bruttezza. Il suo braccio sinistro, improvvisamente, fu scosso da un tremito. Guardai l’orologio: tra poco sarebbe arrivato.

“Sembrerebbe che, anche in questo caso” continuò Dolcestoria “sia vero il detto tra moglie e marito non mettere il dito

Eppure secondo me qualcuno il dito lo deve pur aver infilato tra l’ipotesi di suicidio del ricco e vecchio Forneri e l’ipotesi di omicidio per mano della giovane e bella Pupin.”

“Quest’ultima ipotesi non ha trovato nessun riscontro.” sbadigliai io “La signora Pupin era in macchina, appena uscita dalla villa, quando udì i due spari, ci chiamò subito… e per entrare nella panic room con la Scientifica ho dovuto far intervenire un tecnico della Società Panic Room Anti-Intrusione. Non c’è stato nessun omicidio… c’è stato solo il caso di un uomo troppo ricco e stanco di campare che prima di spararsi ha esploso un colpo per sentire distintamente come avrebbe battuto alla sua porta la signora morte. La prova del guanto di paraffina ha accertato che la sua mano ha impugnato la pistola.”

“Convincente” esclamò Dolcestoria “ma la signora Pupin non è stata vista da nessuno fuori della villa in macchina quando sono stati esplosi i due colpi… la numerosa servitù, quel giorno, era variamente impegnata fuori della villa.”

“Per questo è stato assunto lei, un investigatore privato novizio, anche se per me il caso è chiuso: SUICIDIO. La Pupin vuole che su di lei, nel suo ambiente, non rimanga l’ombra di un sospetto… si dia da fare, Dolcestoria, invece di girarci intorno.”

“È quello che faccio, commissario, e anche per me il caso è ormai concluso: OMICIDIO!”

Ora non mi sembrò più così brutto: aveva un volto raggiante, mi guardava trionfante, con un sorriso stampato sulle labbra sottili.

Bussarono alla porta. Era puntuale il tecnico della SPRAI.

Così li avevo tutti e due seduti davanti alla mia scrivania.

“La domanda l’ho rivolta già in precedenza, ma la sua risposta dovremo metterla agli atti dell’indagine” sfilai un fascicolo azzurro da una pila sulla mia destra e lo aprii “era possibile per qualcuno aprire all’esterno la porta blindata chiusa a chiave, magari con una seconda chiave elettronica o con qualsiasi altro mezzo, strumento o codice?”

“No” il tecnico fu categorico “Dr. Soave, lei lo ha visto con i suoi occhi perfino io ho dovuto impiegare due ore prima di aprire quella porta… ci avrei messo meno ad aprire la cassaforte di una banca.

Neanche noi della SPRAI abbiamo seconde chiavi, e dobbiamo ricorrere a speciali procedure segrete e strumenti appositamente brevettati, per completare le operazioni di sbloccaggio. La serratura della panic room è un cervello particolarmente dotato e complesso.”

“L’unica chiave elettronica” sibilò Dolcestoria “l’ha ritrovata dunque all’interno, infilata nella toppa?”

“Non è così che funziona.”

“Allora era poggiata su un tavolo?”

“No, era nella tasca della giacca del suicida” spiegai “l’ho trovata subito…”

A questo punto vidi Dolcestoria alzarsi e cominciare a camminare per la stanza, avanti e indietro, nonostante  gli costasse un notevole sforzo: la torsione del busto ad ogni passo imprimeva due diversi movimenti alla gamba destra, il cui ginocchio schizzava in avanti, e alla gamba e al braccio sinistro che, spostati indietro, venivano forzatamente trascinati nel movimento deambulatorio.

“A questo punto” esordì Dolcestoria con voce affannata” le ipotesi sono soltanto tre, dato che, come ho verificato con due giallisti, il suicidio in una camera chiusa è un’ipotesi assolutamente residuale.”

“Quali?” chiese il tecnico della SPRAI, sconvolto da quella camminata.

“La prima è che proprio lei abbia ucciso il Forneri: era l’unico che poteva uscire dalla panic room, richiuderla, e poi, convocato dalla Polizia per riaprirla, riporre la chiave nella tasca del morto, nel trambusto generale.”

“Ma,  ma… il movente?” balbettò il tecnico allargando le braccia.

“Non lo so, né m’interessa” proseguì Dolcestoria “dato che la signora Pupin, unica presenza in villa, avrebbe dovuto senz’altro scorgerla… quanto meno all’uscita dopo aver udito gli spari.”

L’uomo della Sprai abbassò le braccia, sollevato.

“La seconda è che l’abbia ucciso io” dissi sorridendo “sapevo in anticipo che ci sarebbe stato l’intervento di un tecnico per riaprire la porta blindata e quindi la possibilità di rimettere la chiave elettronica all’interno. Ma…” feci una lunga pausa studiata.

“Ma anche per lei, dr. Soave,” continuò ansimando Dolcestoria “vale l’obiezione di prima: la Pupin non poteva non scoprirlo… no, lei, commissario non ha ucciso quell’uomo.”

Dolcestoria si immobilizzò per riprendere fiato, l’aveva ormai esaurito. Lo vidi alzare il mento e guardare il fascicolo azzurro che avevo davanti.

“Dunque la terza ipotesi è la verità!” sentenziò “ma facciamo un passo indietro e fingiamo di sfogliare il rapporto da lei scritto e inoltrato all’autorità giudiziaria la cui copia è in quel fascicolo.”

“Se vuole può anche leggerlo, tanto ormai il caso è chiuso.” Gli proposi soavemente.

“Non è necessario, grazie, immagino che sia particolareggiato che ci sia allegato il rapporto della scientifica, con le prove balistiche della pistola, l’esame autoptico del medico legale eccetera eccetera… un po’ me ne intendo, dato il mio precedente mestiere alla Morgue.”

“Dove vuole arrivare?” gli chiese il tecnico della Sprai.

“Al fatto che, da qualche parte nella panic room, dove il Forneri teneva abitualmente la pistola ci dovesse anche essere un silenziatore… ho controllato e quel tipo di Beretta, con quel calibro, è dotata di silenziatore.”

“Era nel cassetto centrale della scrivania.” confermai silenziosamente “”e allora?”

“Allora qualunque assassino in una camera chiusa l’avrebbe usato” riprese a camminare con ritrovata vigoria “per ritardare la scoperta del cadavere, per non far sentire gli spari, per non essere scoperto insomma. Dato che le panic room non sono insonorizzate.”

“Mentre nessun suicida” aggiunsi io “si è mai sparato col silenziatore, non gli importa di non far sentire il colpo. Si arrenda, Dolcestoria, Forneri si è suicidato!”

“Nel nostro caso” m’ignorò il gobbo “l’assassina voleva farsi sentire, invece, con il primo colpo, esploso con i guanti, uccise il marito frontalmente, a brevissima distanza, e poi sparò un secondo colpo verso la porta facendo impugnare l'arma al marito morto, per sfruttare la prova del guanto di paraffina sulla  mano di Forneri: la prova regina del suicidio!  Elementare.”

“Se la signora Pupin ha ucciso il marito” gli chiese il tecnico della Sprai “ come ha fatto a rimettergli la chiave in tasca? dato che non ha potuto aprire in nessun modo quella porta blindata…”

“Lo ha confermato anche poco fa… curioso che lei sia stato convocato dal dr. Soave proprio il giorno e l’ora del mio appuntamento” Dolcestoria si rivolse verso di me “evidentemente voleva che io sapessi che quella circostanza è inoppugnabile.”

“E infatti lo è,” disse il tecnico “ma allora come ci è finita la chiave elettronica nella tasca del morto.”

“È chiaro” sbottai “secondo il qui presente investigatore privato novizio, ce l’ho messa io!”

“Il delitto è stato progettato nel giorno e nell’ora in cui non c’era la servitù in coincidenza con il giorno e l’ora in cui il dr. Soave era di turno alla Volante. Anche questo è elementare.” esclamò Dolcestoria “La bella Pupin dopo aver sparato al marito ha richiuso la porta blindata con la chiave elettronica, è uscita in auto e ha chiamato il 113.

Spari in una villa famosa, così oltre alla volante di zona, su un’Alfa  sale di corsa anche un commissario di PS, che nell’incontrare la signora, mentre le da la mano, prende la chiave. Voilà, il gioco è fatto! Non rimaneva che chiamare la SPRAI e approfittare del piccolo trambusto dei primi rilievi per mettere la chiave nella tasca del morto.”

Dolcestoria stroncato dalla narrazione si lasciò cadere sulla sedia. Fu come se si rompesse, per i sordi rumori che provenivano dal suo corpo.

“Una ricostruzione possibile, lo ammetto, ma ci sono solo pallide ombre di prove indiziarie, un eventuale processo di complicità in omicidio non mi spaventerebbe certo. Eppoi perché avrei dovuto commettere il reato? per i begli occhi della signora Pupin?”

“Anche per le gambe, se è per questo…” disse il gobbo malefico.

“Insomma per amore?!” lo interruppe il tecnico.

“Inizialmente, del gioco,” precisò Dolcestoria “per amore del gioco, deve averla notata nella bisca clandestina sul Lungotevere Sanzio, era bella, ricca e corrosa, come lui, dal desiderio compulsivo di giocare d’azzardo. Poi una carta tira l'altra sono diventati amanti, una storia dal gusto amaro!”

Dolcestoria si mise una mano in tasca e tirò fuori un foglio di giornale, lo spiegò accuratamente sulla mia scrivania: era una pagina di cronaca de Il Messaggero di qualche settimana prima.

“Così ordinò una retata e, probabilmente, in questa stessa stanza, sbocciò la loro complice intesa o la loro passione, come preferite.” riprese fiato “In quest’articolo c’è il nome del commissario che effettuò la retata, il dr. Soave, e tra i clienti fermati per l’identificazione, la signora Pupin.”

Il tecnico della Sprai si sporse per leggere l’articolo, io guardai quei due mentecatti senza battere ciglio “Come dicevo ombre di prove indiziarie, non si arriva neanche a un processo…”

“C’è sempre però la memoria della serratura elettronica” se ne uscì l’uomo della SPRAI “da verificare.”

“Che significa?” chiedemmo insieme io e Dolcestoria.

“Non l’ho fatto perché non era necessario, ma ora, su richiesta del p.m. potrei verificare la memoria di quel cervellone di serratura, che sa distinguere le aperture e chiusure esterne da quelle interne, nell’ora e nel giorno in cui sono state effettuate. L’ultima apertura, dall’esterno è quella che ho operato io, prima c’è stata una chiusura…”

“E se è stata fatta dall’esterno della stanza” mi gelò il sangue nelle vene l’investigatore disabile “vuol dire che è stata la signora Pupin a chiudere la porta dopo aver ucciso il marito, e non Forneri a chiudersi dall'interno nella panic room per potersi suicidare meglio.”

Dalla strada provenivano le urla forsennate del corteo di poliziotti. Erano ormai arrivati vicino alle finestre del piano terreno.

Mi soffiai il naso e bofonchiai nel fazzoletto “Alla sua prima indagine ha scoperto la colpevolezza della sua cliente e di un poliziotto, maledetto sciancato, non andrà lontano.”

Dolcestoria si era avvicinato alla finestra per guardare il corteo dei manifestanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa ha fatto la signora Pupin

1. È entrata col marito nella panic room.

2. Ha chiuso la porta alle sue spalle e ha infilato i guanti di lattice.

3. Lo ha fatto sedere alla scrivania e gli ha sparato in fronte.

4. Gli ha messo la pistola in mano è ha sparato un altro colpo.

5. Poi è uscita tirando la porta, ha chiuso ed ha portato con sé la chiave.

6. È andata, tramite l'interno della casa, nel garage dove aveva lasciato  acceso il motore della macchina, l'ha fatta uscire dal garage e l'ha posteggiata davanti all'entrata del corpo principale della villa.

7. È corsa alla panic room è ha dato la chiave al commissario Soave, oppure gliel'ha data incontrandolo davanti casa mentre arrivava con la Volante..

8. Quando Gianni della SPRAI ha aperto la porta, il commissario Soave, profittando della confusione, ha lasciato cadere la chiave nella tasca del morto.

Adesso possiamo formulare una diversa domanda e vi daremo i fatti necessari per la risposta. La domanda è: qual è il vero finale del racconto ordito da Calcerano & Fiori?

Il colpevole è uno dei lettori... ma lasciamo la parola ai due famosi giallisti:

 

“ Ci sono due finali, uno dentro la narrazione, (intitolato IV Il commissario) che trovate insieme alle risposte dei vincitori, l'altro fuori della narrazione (che si potrebbe intitolare Il serial reader).

Perché il delitto non è solo quello dell'enigma proposto nel racconto che doveva da voi essere ultimato, ma anche un altro parallelo e analogo, anzi una serie di altri delitti, commessi da un esperto lettore di narrativa poliziesca.

Ne abbiamo fatto cenno nel BOX 2 .

Di recente, è vero, ora possiamo dirlo, abbiamo avuto una richiesta semiufficiale  di individuare un modus operandi comune o l'impronta psicologica in alcuni delitti scompagnati e lontani che un detective nostro estimatore riteneva esser opera di un serial killer.

Quello che lo metteva in imbarazzo era la difficoltà di trovare moventi collegati ad omicidi tanto diversi, e poi la mancanza quasi completa di indizi su cui far partire piste d'indagini.

Più che di un serial killer a noi sembrava si trattasse dunque di un serial reader, un appassionato lettore, perché concordi indizi enigmatici dei tre delitti da collegare parlavano di competenze di criminologia, o meglio di letteratura poliziesca.

E c'erano, per due delitti, indizi che portavano in biblioteca e altri particolari che facevano supporre una buona costituzione atletica dell'omicida.

In italiano, se si è incerti sul genere del soggetto che ha ucciso è bene utilizzare una parola che va bene per maschi e femmine: omicida Anche se il maggiore D'Avola pensava erroneamente ad un assassino maschio. Infine c'era addirittura una camera chiusa, problema letterario principe dei gialli, e già questa circostanza indirizzava i sospetti verso un serial reader.

Dobbiamo ricrederci. Abbiamo sempre sostenuto che uno scrittore non può aiutare in una vera indagine poliziesca, perché alla fine scopre solo la storia e l'assassino che ha costruito nella prima parte della storia.

Ci siamo anche detti, noi giallisti siamo abituati ad ingannare i lettori, possiamo ben ingannare e, quindi,far scoprire un lettore omicida!

Se solo esisteva  un nostro lettore che  era anche omicida.

Per arrestare qualcuno, in genere, ciò che manca, è l'informazione che selezioni un sospettato o una sospettata  dalla folla indistinta di tutti gli altri che potrebbero essere colpevoli, il cui nome,come si dice, è legione.

 

   

 

 

 

Il finale degli autori… Il serial reader

 

Ringraziamo Il Pepe Verde che ci ha dato una opportunità unica di raggiungere il target dei possibili assassini e di stimolare la congenita voglia di valorizzare, se non di vantarsi della propria intelligenza criminale. Ce l'hanno tutti gli assassini non ancora scoperti, non solo quelli di carta..

Abituati dunque a preparare una trappola per i nostri lettori, abbiamo preparato una trappola per il serial killer che ogni volta cambiava modus operandi – come molti giallisti, noi compresi, cambiano il genere di scrittura – e che doveva essere per forza un serial reader di letteratura poliziesca. Frequentatrice di biblioteche, con tutta probabilità questo era l'elemento su cui dovevamo scommettere, avrebbe letto o avuto notizia del concorso bandito dalla rivista. E avrebbe trovato una maniera apparentemente sicura per partecipare senza scoprirsi.

Ma cosa rischiavamo nella scommessa? Solo di non riuscire ad aiutare le indagini, cosa che era d'altronde la nostra convinzione iniziale!

Oggi possiamo dire che il serial reader  c'è caduto e ha presentato il finale in cui spiega come  poteva essersi consumato il delitto, svelando la propria abilità per l'indagine.

La presunta omicida sembra essere un'agente carceraria, con una sorella bibliotecaria, che ha partecipato alla sfida letteraria.

Invece di vincere l'abbonamento la serial reader è stata arrestata.

Come è stata separata l'omicida dagli altri sospetti? Era l'unico caso tra i lettori-partecipanti e la loro cerchia di parenti e amici (cui, per fortuna, abbiamo esteso le ricerche) ad aver avuto collegamenti con uno dei delitti del supposto serial killer.

In principio è l'informazione e, poi, naturalmente, dopo la prima pista seguita all'informazione, si sono scoperti i contatti con tutti gli altri delitti, in particolare DNA e tracce di telefonini. E Nicol Franca Rasco ci ha confermato anche l'ipotesi che faceva supporre una buona costituzione atletica, fa sport, risulta essere, infatti, una fiamma azzurra, l'equivalente, per la polizia penitenziaria, delle fiamme gialle e oro delle altre forze dell'ordine.

È stato più facile trovare il colpevole che trovare il movente. Nei tre assassinii in un primo tempo D'Avola, d'accordo con noi, ha escluso che ci fosse un movente comune. Atti gratuiti, pensavamo.

Non si poteva trovare un movente comune tra la morte di una extracomunitaria impiccata nella cella d'isolamento, (Ellery Queen) la morte di una ricercatrice fucilata alla Biblioteca Nazionale, (John Dickson Carr) la morte di un monsignore, di un imam e di un rabbino fatti saltare in aria assieme alla macchina blindata alla Biblioteca Vaticana (Edgar Wallace)..

In realtà un esilissimo principio di  movente poteva essere rinvenuto, ma era tenue, sproporzionatissimo, evanescente, tendente a zero.

Il nostro detective-fan, ha trovato che potevano essere omicidi d'imitazione, proprio per ciò che riguarda il movente. La nostra trappola è scattata fidando sul fatto che i precedenti omicidi ricalcavano 'esecuzioni da giallo di autori diversi'.

Il modello della camera chiusa ci è sembrato il più adatto a confondere le acque tenuto anche conto del suicidio della extracomunitaria che aveva colpito D'Avola.

Ormai i moventi, i motivi non contano più, non hanno dimensione rilevante, neanche per scoprire gli assassini.

Si uccide con leggerezza, per un motivo qualsiasi, ad esempio per mostrare quanto si è bravi a farla franca, anche cambiando ogni volta modus operandi, per sfida.

Come Nicol.

È l'educazione concreta delle guerre non dichiarate che ha la meglio sulla negletta e comunque solo predicata educazione della pace.

Non ce ne accorgiamo troppo per una certa  persistenza automatica dei valori etici e religiosi che ci fanno vedere il mondo come se avesse ancora un senso. Come se uccidere fosse certamente un gran male, che abbisogna di una tragedia o di un momento di pazzia per essere giustificato.

È pazza Nicole Rasco? In Norvegia hanno condannato il pluriomicida Anders Breivik ma lo hanno riconosciuto capace d'intendere e di volere. In Norvegia non pensano che uccidere senza motivo o quasi, sia da pazzi.

“Chi mi aiuterà ad incriminare tutti gli altri assassini per cui la vita non vale un  accidente?” ci ha chiesto D'Avola sconsolato.

“Ci siamo abituati,” ha detto “ alla morte di tanta gente innocente. Muoiono per mafia, profitto, leggi economiche, inquinamento,fame, malattie che sarebbero curabili, tumori che potrebbero essere evitati.

Solo in parte, spesso in minima parte, tutto questo dipende da noi, o da uno specifico attore criminale accusabile d'omicidio. Il fatto è, però, che dipende anche da noi, accettiamo che muoiano, quindi partecipiamo alla loro dipartita.”

In realtà un esile movente può essere rinvenuto, ma è tenue, sproporzionatissimo, evanescente, tendente a zero, anche se non arriva mai a zero.

 

The end

 

 

 

 

 

 

 

 

E ora i finali dei lettori…

 

 

 

Il finale di Luigino Biagioli

 

 

Il cadavere

Gran cosa la tecnologia, detective Dolcestoria.

Ti consente addirittura di spedire email programmate, a distanza di giorni dall'invio, come questa che le ho scritto.

E come quella che domani arriverà al comando di polizia, nella improbabile ipotesi che lei non la legga.

È vero, i portali di posta elettronica non lo hanno mai permesso, ma ultimamente grazie alle estensioni per i browser tutto è possibile.

Come quella che ho usato io, si chiama boomerang, vada su un motore di ricerca e vedrà cosa può fare.

Il tutto per poter descrivere il mio omicidio.

Ah, questo è proprio il caso di dire che la vendetta va servita fredda, come freddo ormai sarò io quando qualcuno leggerà queste parole..

La vendetta. Di questo e non solo si tratta. Troppe le menzogne subite, i tradimenti perpetrati, i progetti per farmi fuori.

E la triste consapevolezza del mio male interiore che mi avrebbe lentamente ucciso, la depressione è il malessere del ventunesimo secolo, ti toglie la voglia di vivere.

L'unico motivo che mi tratteneva dal gesto estremo era la consapevolezza che l'unica a trarne vantaggio sarebbe stata proprio lei, la causa delle mie sofferenze.

E allora il colpo di genio, l'illuminazione che consente in un unica soluzione di risolvere i miei mali e di rivelare la mia compagna per quello che realmente è: un assassina.

Ma, come spesso dice lei, anche una giocatrice.

Conoscendo la sua indole, l'ho fatta imbattere su una insegna troppo invitante per lei.. 

"indagini riservate su vivi e su morti", al momento giusto sarebbe venuta da lei come un pesce all'amo.

E quella sua ultima conquista, proprio quel responsabile della SPRAI.. che idioti, credevano che non mi accorgessi dei loro sguardi!

Avere un complice e amante che ti ha installato la panic room, significa avere il modo di compierci un delitto ed uscirne senza destare sospetti.

Non era certo una questione di tecniche di effrazione sempre più professionali, questo è ovvio.

Venendo al punto, mio caro detective, ho scelto lei proprio perchè sicuro che la stessa scelta la avrebbe fatta mia moglie.

Se leggerete questa mail, vuol dire che mia moglie ha realizzato il suo scopo: uccidermi per ereditare i miei beni e goderseli con i suoi amanti.

Chissà, magari la leggerà sul suo smartphone mentre conduce le indagini..

Per ultimo, guardate bene nella panic room: in un angolo, all'insaputa di tutti, ho installato un ulteriore sistema di registrazione video a circuito chiuso.

Lì, con ogni probabilità, troverete il filmato del mio omicidio..

 

 

 

 

 

Il finale di Luciana della Flora

 

L’ultimo bluff

Le feci la domanda a bruciapelo, appena la bella signora si fu accomodata e mentre ancora stava accavallando le splendide gambe: “Come ti ho detto al telefono, ti ho chiesto di venire perché ho novità risolutive per l’indagine. Sta tutto in una domanda: avevi già pianificato tutto quando hai adescato il commissario o il piano ti è venuto in mente dopo che siete diventati amanti? E’ il solo dubbio che mi resta.”

La vedova Fornieri era una giocatrice professionista, non tradì alcuna emozione, ma l’impulso ad andare a vedere fu più forte dell’istinto di conservazione: e io su questo contavo, non avendo prove inoppugnabili per incastrarla, anche se sapevo esattamente cosa era successo.

“Di che parli? Non capisco. Cosa credi di aver scoperto, mio fantasioso detective?” “Su come siano andate le cose non ci sono dubbi, signora Pupin” dissi tornando a darle bruscamente del lei, per tenere un tono più professionale e distaccato. “Lei ha sparato in faccia a suo marito a bruciapelo, nella panic room. Poi gli ha messo in mano la pistola, ha tirato il grilletto della pistola stretta nella mano ancor tiepida del cadavere di suo marito, in modo che la prova del guanto alla paraffina sulla mano del morto desse esito positivo, e il secondo colpo si è conficcato nella parete, è uscita dalla stanza portando con sé la chiave elettronica e ha chiuso la porta blindata a scatto dietro di sé. A quel punto il cadavere era dentro la stanza e la porta chiusa si poteva aprire solo dall’interno, non avendo la chiave. È andata al garage, ha preso la macchina e ha telefonato al commissario Soave, e qui ha commesso il suo grande piccolo errore. Non ha chiamato la centrale di polizia, non poteva infatti essere sicura che sarebbe arrivato proprio lui, Soave, per primo sul luogo del delitto, come era assolutamente indispensabile. Lo ha chiamato sul suo cellulare privato, e i tabulati lo dimostreranno. Da quel momento in poi tutto è andato liscio. Ha detto di aver sentito due colpi provenire dalla panic room, di non poter entrare, di essere preoccupata. Il commissario era in attesa: si è precipitato, lei lo aspettava di fronte alla stanza chiusa, tutta agitata. Gli ha stretto la mano, e gli ha passato la chiave elettronica della porta chiusa dall’interno che aveva con sé. Il commissario ha chiamato il tecnico della SPRAI, che è entrato e ha trovato il cadavere. A quel punto Soave è entrato anche lui, da solo, per i primi rilevamenti: aveva con sé la chiave elettronica, l’ha messa in tasca al povero Fornieri, e voilà: il quadro era ricostruito: un cadavere, una porta chiusa dall’interno, la sola chiave nella tasca della vittima, una vedova affranta con un alibi di ferro, perché fornito dalla polizia. Chapeau!”.

La bella sorrise. “Complimenti, amico mio, la ricostruzione è notevole, peccato sia pura fantasia, e, comunque, indimostrabile. Ma come sai mi piace stare al gioco, e allora dimmi: come ci sei arrivato, a questa ricostruzione?”

“Dettagli, come sempre, è lì che si nasconde il diavolo e la sua arma a doppio taglio, la verità delle cose del mondo. Hai detto di aver sentito due colpi di pistola, e questo non poteva essere: come si possono sentire dei colpi di pistola provenienti da una stanza blindata, insonorizzata, sistemata in un caveau, stando chiusi in macchina col motore acceso, a qualche decina di metri di distanza? Eppure non potevi dire altrimenti, dovevi essere tu a dare l’allarme, dovevi chiamare subito il tuo complice a finire il lavoro, e solo il rumore degli spari poteva giustificare una chiamata così tempestiva. Il commissario poi ha fatto il resto, contando sull’effetto di plagio inconsapevole dei testimoni. I notiziari hanno dato ampio risalto al delitto, con tutti i particolari: quando Soave ha interrogato le persone che si trovavano nei paraggi, i dipendenti della villa, ha chiesto se non avessero sentito il rumore di due spari provenienti dalla panic room: gli ha fatto la domanda mettendogli già in bocca la risposta: i testimoni, influenzati dal modo di porre la domanda e dalle notizie dei media, hanno volentieri confermato, pur non avendo in realtà sentito nulla: non c’è niente di meno affidabile dei testimoni oculari, quasi tutti dicono quello che gli investigatori vogliono sentirsi dire! Questa incongruenza non la potevate evitare, è stato un rischio calcolato e necessario. Il secondo particolare che mi ha non dico apertamente insospettito, ma lasciato una traccia di perplessità, è stato quando, più per abitudine che per altro, le ho chiesto se la polizia era arrivata subito dopo la sua chiamata e lei, con un certo fastidio, mi ha risposto “Certo!”. La polizia non arriva subito, mai: proprio per questo le avevo chiesto quanto ci aveva messo ad arrivare. Quell’innocente domanda ha toccato il nervo scoperto, lei non se l’aspettava e ha risposto di getto, senza aver il tempo di calcolare, e subito si è accorta di aver commesso un piccolo errore: da qualche parte ho sentito anche io la scarica di adrenalina che le è passata nel corpo in quel momento. La polizia è arrivata subito perché Soave era in attesa spasmodica di quella chiamata e si è precipitato: qui l’errore lo ha commesso lui, doveva prendersela un po’ più calma”.

Tacqui, guardando la bella bionda che sorrideva tranquilla: “Ingegnoso, sottile, ben costruito. Ma, appunto, ri-costruito. È una ricostruzione verosimile ma del tutto arbitraria, e tutto quel che ci ricaverai sarà una denuncia per diffamazione da parte mia e del commissario Soave”.

Sapevo che saremmo arrivati a questo punto morto e tentai il primo bluff, quello già preannunciato: “Dimentica il terzo errore, quello determinante, la telefonata da cellulare a cellulare: lei ha chiamato Soave dalla macchina sul suo numero privato, per essere sicura che fosse proprio lui a precipitarsi e concludere il piano. I tabulati lo confermeranno, e come poteva conoscere il suo numero personale se non perché vi frequentavate da prima? ” “Povero illuso, tu non sai, non puoi sapere se davvero ho chiamato il commissario in persona, o se ho semplicemente telefonato alla polizia, trovando in servizio il commissario Soave: e non sarò certo io a darti la soddisfazione di dirtelo. Ma comunque sia, anche se avessi chiamato direttamente Soave, che cosa c’è di strano che una donna della buona società come me conosca un commissario di pubblica sicurezza e abbia il suo numero privato per ogni evenienza? Potrebbe essere stato proprio mio marito a darmi il numero di un poliziotto fidato per rivolgermi a lui in caso di bisogno!”

Mi aspettavo l’obiezione, il gioco si faceva pesante. “Le cose non stanno proprio così. Sono io ad avere qualche conoscenza in questura. So come ha conosciuto il commissario Soave, e non piacerà a nessuna giuria.” La Pupin mi guardava senza espressione. “Fu tre mesi fa, continuai, in occasione di una retata in una bisca clandestina della Roma bene. Il commissario Soave comandava la squadra e fu subito colpito dal fascino di quella bella signora bionda, delicata e gentile, così diversa dai debosciati e dalle vecchie carampane intossicate dal gioco che frequentano l’ambiente del gioco d’azzardo di alto bordo. Le fu facile circuirlo, raccontargli una storia commovente, una giovane donna bella e inesperta, caduta preda di un marito tirannico, molto più anziano di lei, infedele ma ossessivamente geloso, crudele fino al sadismo. Il gioco come fuga dalla realtà, il desiderio di riscatto… Il giovane commissario perse la testa, e lei sa bene come alimentare una passione divorante: diveniste amanti e nel giro di un mese lui era completamente succubo, un’altra vittima, chissà che numero, della droga Pupin”. Tacqui un istante per prendere fiato, ormai ero lanciato verso la meta. La donna mi guardava immobile, mi sembrava di veder roteare i suoi pensieri alla ricerca di un varco, ogni muscolo e ogni nervo in tensione sotto la calma apparente della splendida pelle, pronta all’estremo balzo per evitare lo scatto della trappola mortale. “Ma Fornieri aveva intuito qualcosa, non era il mostro da lei dipinto al suo amante, era un uomo innamorato, premuroso ma sospettoso di natura e per professione. La pedinò di persona senza farsi notare e la seguì fino a casa del suo amante. E quando lei entrò nel portone, attese per un paio d’ore che lei uscisse di nuovo dopo il convegno d’amore”.

Dolcestoria sospirò, gli piacevano quelle espressioni un po’ obsolete, si sposavano bene al suo soprannome. “Non poteva sapere, però, a quale nome nella lunga lista dei citofoni corrispondesse quello del tuo amante” proseguii, cambiando tono e tornando a un più famigliare tu: eravamo alla stretta finale e ora la sentivo vicina, fin troppo. “E qui il fato era in agguato, e calò il suo asso. Notò, sull’altro lato della strada, una nuova insegna, proprio come avresti fatto tu qualche giorno dopo. Dolcestoria agency – Indagini riservate su vivi e morti. E sì, mia bella amica, tuo marito fu mio cliente prima di te, traversò la strada, aprì quella porta e mi chiese di scoprire chi fosse l’amante di sua moglie e mio dirimpettaio. Appena uscì dal mio studio, uscii a mia volta, attraversai la strada e ricopiai la sequenza dei nomi. Due giorni dopo morì, anzi fu ucciso. E proprio mentre ripassavo la lista, e non mi era sfuggito quel nome dolce, così poco da poliziotto, e mi chiedevo se fosse proprio lui o un omonimo (conosco tutti, come sai, i poliziotti di Roma), quattro giorni dopo il delitto, anche tu hai notato la targa, dopo aver fatto visita al tuo amante, al di là della strada. Non eri tranquilla, Soave non aveva i nervi sufficientemente saldi, nonostante la sua professione, avevi paura che non tenesse fino in fondo, i due colpi sparati dal morto erano pur sempre un punto debole, e qualcuno avrebbe potuto decidere di volerci vedere più chiaro. Così decidesti di costruirti un altro pezzo di alibi, chiedendo un’indagine ulteriore e indipendente, per fugare ogni dubbio. Peccato, non potevi sapere che la tua vittima ti aveva condotto da me, per una volta nelle braccia sbagliate. Io ho famigliarità coi morti, e so ascoltare la loro voce silente”.

Tacqui. La signora Pupin mi guardò per un attimo con uno sguardo strano, fra l’incredulo e l’ammirato. Poi esplose, il volto trasformato in una maschera di odio e di furore. Una scarica di oscenità le uscì come un fiotto di vomito dalla bocca, diventata un’orribile smorfia sconcia: “Brutto sgorbio maledetto, figlio di…” Aprì di scatto la borsetta e fece per estrarre il revolver. “Nessuno sa che sono qui, schifoso bastardo, troveranno uno sciancato morto e in pochi ci faranno caso” ringhiò mentre alzava il braccio per prendere la mira”. “Un altro errore, cara signora,” disse una voce tranquilla alle sue spalle “qualcuno sa che lei è qui: ha una pistola puntata alla nuca, le consiglio di non fare un gesto di troppo”.

“Grazie, Omar, ci sei sempre quando c’è bisogno di te”. Gli agenti stavano portando via la signora Pupin, gli stessi che avevano appena arrestato Soave, crollato alle prime contestazioni e complice confesso. Ero rimasto solo nel mio studio col mio amico commissario, che dalla stanza accanto aveva ascoltato tutto il dialogo con la mia ex-cliente. Il commissario della polizia fluviale, l’unico di cui mi potessi fidare ciecamente, sorrise. “Fare un piacere a un amico e collaborare a incastrare i colpevoli di un atroce e inspiegabile delitto: due perle in una sola ostrica, non capita spesso, sono io che ringrazio te dell’occasione”.

Rimasto solo, mi sentii svuotato e stanco. Quanto male, quanta inutile sofferenza ovunque, anche fra chi ha dalla vita quel che tutti credono di voler avere, per constatare soltanto che il pozzo dei desideri è senza fondo. La Pupin aveva giocato grosso, e puntato tutto in un colpo solo.  Una gran brutta mano, per un giocatore di professione, perdere tutto così, e per di più senza poter andare a vedere. E sì, non saprà mai se io ho bluffato oppure no, se davvero ho incontrato suo marito da vivo o se soltanto ho giocato con la sua ombra per renderle giustizia!

 

 

 

 

Il finale di Sergio Bailetti

(La soluzione è stata "costruita" attraverso alcune riunioni fatte con i ragazzi della scuola media nella Biblioteca comunale di Campagnano di Roma).

 

La soluzione

Cari Giuseppe e Luigi, ora che tutto è concluso posso raccontarvi come è veramente andata. La signora Pupin credeva di avermi conquistato con la sua bellezza appariscente, ma oltre ad essere bella e ambiziosa da qualche tempo non si accontentava più dei dei soldi e della pseudo relazione affettiva col ricco industriale e comincia ad accarezzare l'idea di essere libera di disporre di tutti i soldi, di tutto il tempo e soprattutto libera di disporre del proprio corpo a suo piacimento.

La costruzione della Panic room è durata molti mesi. Il marito, per non far conoscere i particolari costruttivi agli altri, la ossessionava continuamente impedendole di parlare con alcuno del progetto. Per questo motivo sono stati coinvolti tre progettisti diversi e ben quattro direttori dei lavori ognuno dei quali ha costruito solo una parte della stanza e degli impianti tecnologici in essa contenuti. Pensate che gli arredi e le scorte di viveri sono stati ordinati dicendo che sarebbero serviti a completare le stanze della villa e per la cucina. Poi il marito, con meticolosità certosina, li portava nella panic room.

Ogni volta, per mandare via un tecnico o un progettista il marito costringeva la signora Pupin a fingere che qualcosa non andava bene e litigare urlando sia col professionista di turno che con lui intimandogli di mandarlo via.

Solo durante l'ultimazione del progetto, poichè il marito era dovuto andare all'estero per un appalto importantissimo, la moglie ha potuto dirigere di persona i lavori dell'impianto tecnologico che governava il controllo e la chiusura della panic room che è stato realizzato dalla Ditta SPRAI, con l'ingegner Righetti.

L'ingegner Righetti è stato così gentile e affascinante che ha assecondato tutti i suoi desideri e tutte le sue aspettative... anche a letto.

Si è dimostrato così professionale, garbato e autorevole da assecondarla nel progetto di uccidere il marito nella panic room.

Ha narcotizzato il marito in casa e insieme l'hanno trasportato nella stanza segreta indossando le tute dei RIS dei Carabinieri che ho ritrovato nel controsoffitto del bagno della Ditta SPRAI per non lasciare la minima traccia. Quindi hanno atteso il suo risveglio perchè sembrasse tutto più naturale e, quando non era ancora pienamente cosciente, gli hanno sparato mirando alla tempia ma invece gli hanno spappolandogli la calotta cranica perchè all'improvviso ha girato la testa. Righetti ha quindi messo la pistola in mano al morto e ha sparato un secondo colpo per lasciare tracce di polvere da sparo sulla sua mano, il proiettile si è conficcato nello stipite; poi ha chiuso la porta della panic room con il pass par tout elettronico, un computer palmare con cui si può manovrare le serrature a distanza in modo tale da farla sembrare chiusa dall'interno.

Righetti è poi uscito di scena discretamente e la signora Pupin ha potuto recitare la sua parte nei confronti della polizia, degli inquirenti nonché nei confronti miei, ma ha esagerato credendomi uno che corre dietro alle gonnelle...

 

 

 

 

 

Il finale di Luigi Binello

 

Finale

Il marito della signora Pupin è un giocatore incallito. La signora lo sfida a dimostrare che se lui segue pedissequamente le sue istruzioni non può impedirle di commettere il delitto perfetto. Il marito accetta. Entra nella panic room con la moglie. Si siede al tavolo e segue le indicazioni. Deve suicidarsi davvero, ma è un suicidio l’atto commesso per scommessa ed indotto da una persona. Per tranquillizzarlo gli fa bere mezzo bicchiere d’acqua con del Lexotan.

Il commissario Soave scopre la cassetta della telecamera che ha registrato il colloquio tra moglie e marito. Resta stupito della strategia della donna e vuole dare la vittoria al marito, anche se ormai defunto. Entra nella panic room per controllare e abilmente fa scivolare nel bicchiere alcune gocce del farmaco antiaritmico che la signora usa perché soffre di ipertensione. Ha abilmente preso il flacone dalla borsetta della donna quando è venuta piangendo a raccontare il fatto. Al termine fa visionare la cassetta al magistrato e accusa la donna di aver avvelenato il marito, somministrandogli una terapia per stordirlo. Il farmaco somministrato dalla moglie è una concausa efficiente per accusarla e farla andare in galera.

Il marito ha vinto la scommessa: non esiste il delitto perfetto.

 

 

 

 

 

E ora al prossimo quiz per i lettori nel 2013