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Cari lettori,
l’enigma del racconto giallo incompiuto è stato risolto, moltissimi lettori hanno partecipato con passione al gioco.
Qui di seguito trovate il racconto giallo scritto dai nostri giallisti con il finale svelato. Troverete anche i migliori finali dei lettori selezionati dalla giuria che verranno premiati con un abbonamento per un anno al Pepeverde.
La redazione ringrazia tutti i partecipanti al gioco e dà appuntamento al prossimo enigma…
E ora ecco il giallo completo…
Luigi Calcerano e Giuseppe Fiori
Delitto nella panic room
I. La cliente
Sono un'assassina, ma sono anche una giocatrice.
E se, per ora, l'ho fatta franca per avere ucciso mio marito, da buona giocatrice ho voluto rimettermi in gioco: accettare il rischio di perdere. Tutto!
Ho deciso di giocare quando, sull'altro lato della strada, ho notato una nuova insegna.
Un croupier aveva fatto scivolare quella carta dal sabot e l'aveva lasciata lì, per me.

Ma prima lasciate che vi racconti...
L'ingegner Forneri, ricchissimo – finanziere e marito di una donna seducente ed intelligente – come me, è il caso di dirlo – è stato trovato morto in una panic room chiusa dall'interno. La morte gli è arrivata con un colpo di pistola calibro 38 sparato in fronte. Molti testimoni, tra cui io, dichiarano di aver sentito due colpi e la polizia ha trovato un proiettile conficcato nel coprinfisso di legno della porta blindata.
Villa Torlonia-Caetani a Campagnano di Roma, così si chiama la nostra residenza, dispone di una panic room modernissima, una stanza completamente blindata, piena di scorte di cibo, con controllo monitor e ventilazione, allocata in una sorta di caveau.
La panic room è stata creata da mio marito, all'interno dell'antica residenza della nobiltà nera romana, come rifugio in caso di pericolo, subito dopo aver visto il film omonimo di David Fincher, con Jodie Foster.
L'aveva cominciata a ristrutturare nel 2003 ed era magnifica e gigantesca, la villa, non la panic room, del resto anch'essa molto grande.
Quello che voglio dire è che la villa era comparsa su Forbes, conosciuta da tutti come "la Bibbia del capitalismo", si tratta della celebre rivista statunitense di economia e finanza fondata nel 1917 da B. C. Forbes, nota ed apprezzata per la stesura di alcune odiose classifiche annuali, tra cui una che riguarda le case “più belle e costose al mondo”.
Villa Torlonia-Caetani di Campagnano di Roma si classificò, prima delle dimore europee, quindicesima del mondo con le sue 3 piscine, il bosco riserva di caccia, i 3 campi da tennis, i due di calcio, la pista di decollo e atterraggio per gli elicotteri, le scuderie e il maneggio per cavalli, un enorme garage, i due giardini, uno all'italiana, l'altro all'inglese, confinante col bosco, e, appunto, la modernissima e attrezzatissima "panic room".
Come ho detto, dopo averla fatta franca con la polizia, ho deciso di ingaggiare un investigatore privato, tanto per l'occhio della gente bene che mi circonda.
Aveva aperto la sua attività da poco. Dopotutto volevo un investigatore privato poco impegnativo e, soltanto dopo, da lui seppi che era stato costretto a lasciare il posto sicuro all'Istituto di Medicina Legale. Problemi contabili, che non hanno messo in dubbio l'onestà del futuro occhio privato. Non c'era stato un ammanco vero e proprio... ma i numeri non erano in ordine nelle celle frigorifere... comparivano più morti di quelli che avrebbero dovuto esserci. Considerata la stranezza del caso, invece di licenziare Alfredo Dolcestoria quelli dell'Università si accordarono con lui, per un esodo più o meno volontario.
Alfredo, soprannominato da tutti Dolcestoria, mi apparve subito come un uomo intelligente, disabile, curioso, depresso e sentimentale. Era chiamato così perché aveva sempre rifiutato rapporti sessuali occasionali, anche nei brevi periodi passati in pensione a Regina Coeli.
Era gay, marcatamente brutto e storto nel busto con consolidati problemi di movimento, ma diceva che per fare l’amore ci doveva sempre essere alla base una storia dolce. Insomma, come ho detto, un sentimentale.
Dolcestoria, a prima vista denunciava di essere gobbo; aveva mantenuto il camice bianco. In quel primo incontro si alzò ed uscì dall'incastro della sedia con la scrivania arrancando di sbieco verso di me. Procedeva slanciando in avanti il ginocchio destro e appoggiando poi il piede completamente sversato all'infuori. Gamba e braccio sinistro venivano trascinati da un unico movimento impresso da una torsione del busto ingobbito. Dopo due passi si fermò, ansimò sibilando e poi riprese la sua andatura scuotendo un po' la testa.
“È sicura di aver bisogno di me?” chiese subito.
Cominciai con la mia performance recitativa.
“Ho bisogno di lei, ho bisogno di aiuto. Vengo per una questione che riguarda mio marito, che è morto.” Lo guardai e mi feci audace: “Lei... è un’opera d’arte in movimento! Con che grazia ed eleganza si muove!”
Dolcestoria arrossì e non rispose. Continuò ad avvicinarsi.
Man mano che Dolcestoria avanzava verso di me la luce tenue del lampadario centrale faceva intravedere un volto dai lineamenti fini, con un'espressione profondamente malinconica. Mi guardò da vicino e ansimò.
“Come le va?”
“Così così, detective...”
Quel giorno ero davvero molto bella e nonostante Alfredo fosse predisposto altrimenti, sentii che gli piacevo un poco, il mio accento francese fece il resto. Mi accorsi che la sua predilezione per gli uomini s'era espressa più che altro in relazioni narrative, forse platoniche. Difficile altrimenti ottenere una dolce storia in prigione o meno. Alcune donne adorano sempre, poi, sedurre i gay, una mia amica me l'aveva raccontato trionfante.
Nella squallida agenzia prima parlammo, poi rimanemmo in silenzio.
Il momento bacio, se mai s'era affacciato veramente, per mia fortuna si allontanò in fretta. Mi ripresi prontamente.
“Sto cercando di capire se mio marito si è davvero suicidato, come sembra, o se mi amava ancora e l'hanno inspiegabilmente ammazzato, in una panic room chiusa dall'interno. Eravamo felici, avevamo tutto per esserlo, avevamo puntato sul nostro matrimonio nonostante la differenza d'età... ci aveva risolto la vita... Poi siamo inciampati in un sacco di ostacoli imprevisti, la crisi, i mercati, lo spread, i tanti invidiosi, i suoi parenti... e da ultimo questo suicidio inspiegabile!”.
Dolcestoria osservò il mio volto delicato senza ombra di trucco.
“È sempre così quando si vuole puntare ad una sola cosa che ti risolva tutta la vita. Non esistono nel mazzo carte del genere.”
Così capii il perché della sua insegna.
Lo stanzone dell'ufficio era poco arredato, fiocamente illuminato e gelido. Dolcestoria si mosse per andare a sedersi davanti ad un tavolinetto metallico e sfogliò nervosamente un mazzetto di lettere e fatture .
“ Mi ha detto che il morto si chiama Forneri, ma il nome molte volte non vuol dire niente....” sibilò Dolcestoria alzando gli occhi “Dovrei procedere se è possibile ad una identificazione. Identificarlo come uomo...”
“Identificarlo come uomo. Che significa? ”
Si agitò sulla sedia.
“Vede, m'è rimasto qualcosa del mio vecchio lavoro; per ogni cadavere che entrava all’Obitorio – lavoravo là prima d'essere esodato – veniva compilato un documento di accompagno, origine del cadavere, ospedale o commissariato che richiedevano i nostri servigi, esami autoptici da effettuare e la scheda statistica... Controllavamo che la pratica fosse completa e prendevamo in carico le salme. La procedura era minuziosa quanto inutile. Ma io già allora volevo sapere di più del morto... Così ora mi parli estesamente di suo marito.”
Accavallai le gambe e sospirai, mi ero accorta che sul tavolinetto c'era un registro nero e lo aprìi con naturalezza. Poi alzai le sopracciglia e passai al tu.
“Tieni un diario?”
“ Sì, come le giovinette, l'ho chiamato Quaderni dall’obitorio, ma la prego, lo richiuda, ci sono pensieri, riflessioni e annotazioni di una vita precedente.”
“ Quaderni dall'obitorio?”
“ Certo!” tentò di raddrizzarsi il gobbo. “Ci dovrò scrivere anche le riflessioni che mi verranno dal morto suo marito, son note anatomiche, pensieri morali, di tutto. Prima della morte siamo tutti anonimi, è lei che ci misura e identifica. È lo sguardo dall’obitorio che permette di vedere la stoltezza dei tentativi di contrastare la morte, di combatterla. Io ho ancora quello sguardo e ci sono brani che ritengo francamente umoristici, perché son ben ridicoli i medici dei vivi. La morte è il fatto più importante della vita, perché di essa racchiude e ne comprende il significato, la sovrasta. Per questo son giunto alla conclusione che l'unica etica possibile sia l'etica della morte, non so se è d'accordo, l'unico sforzo veramente utile è quello che fanno quelli come me, che la morte aiutano a conoscere, analizzare, perfino psicanalizzare.”
Riflettei. L'avevo ben personalizzata, io la morte di mio marito!
“ Dimmi come e perché sei morto e ti dirò chi sei!” me ne uscii invece sorridendo per la prima volta da quando ero entrata. “Se svelare un mistero è indelicato nei confronti del mistero stesso, tu, uomo misterioso sei davvero il massimo dell’indelicatezza! Indelicato nei confronti del suicida o dell’eventuale assassino.”
“Un po' d'indelicatezza serve per conoscerlo o vendicarlo...
È affare nostro... Sai come dice il Tasso ‘Non dee guerra co’ morti aver chi vive’ ”
Rimasi colpita dalle parole del detective.
“Dobbiamo parlarne ora? Non si può rimandare?”
“I morti vanno di fretta!” affermò l’uomo sbilenco della Morgue.
“Forse mio marito era pazzo, per questo si è suicidato! Era terrorizzato dalla mancanza di sicurezza.”
“Siamo tutti pazzi, in queste nostre esistenze, sa cosa c’era scritto sulla facciata del manicomio di Teramo? Questi soltanto i pochi, forse nemmeno i veri. Ma andiamo con ordine: come mai avete acquistato e fatto costruire una panic room?”
II. Il detective
Alla lunga, benché fosse proprio una donna, non seppi resistere alla Pupin e così le dissi: “Chiamami Alfredo” anche se quella storia aveva cominciato ad inquietarmi.
Almeno avessi potuto vedere il cadavere!
Perché sembrava dimostrare simpatia per me? Non ero sicuramente il suo tipo per un infinità di ragioni che le feci sommariamente presente, nonostante, immagino, le avesse già notate a colpo d'occhio...
Strana donna. Ad un certo punto si lasciò sfuggire che anche lei, ora, avrebbe inseguito una storia, se non proprio dolce, almeno amabile, come un buon vino.
La Pupin guardò l'orologio e tornò a parlare della loro panic room e della sicurezza.
“Hanno quei grimaldelli per aprire le serrature e poi il piede di porco... con il frullino a batteria tagliano le grate delle finestre come fossero di cartone. E poi c'è la fiamma ossidrica che sventra le casseforti, a volte brucia tutto, brucia la casa. Mio marito era ossessionato dai ladri. Io ho paura specialmente dagli extracomunitari. Dei negri...”
Per essere affascinante, la razzistella, era affascinante. Viste tutte le ragioni che la allontanavano da me, 'almeno è bianco' deve aver pensato vedendomi.
“Poi ci sono gli acrobati, mi diceva sempre mio marito, lasci una finestra aperta e sei magari al quarto piano? Ti entrano a casa, figuriamoci se ci sono fuori impalcature!”
“Voi non avete impalcature e questi problemi da condominio cittadino.”
“... quelli bravi con l'informatica neutralizzano i sistemi d'allarme con lo skimmer. Ce ne ha parlato il responsabile della SPRAI, Società Panic Room Anti-Intrusione. Mentre costruiva la nostra panic room e i sistemi di sicurezza, ce ne ha parlato a lungo.” La Pupin si guardò intorno nervosa e proseguì: “I nordafricani, che non son proprio negri ma quasi, somigliano ai siciliani e ai calabresi, sono acrobati e informatizzati. Colpiscono dall'alto, si calano dal terrazzo o, più spesso, lavorano sulla tecnologia: video, telecamere, cellulari. Gli zingari in genere preferiscono il modo più rozzo e brutale, picconate, spranghe e piede di porco per entrare.”
Tra gli altri pregiudizi, non capivo bene quello della sicurezza.
“Il bisogno e la richiesta di sicurezza sono fatti politici con cui gente si è fatta eleggere. La panic room certo risolve questi casi...è che mancano i soldi sennò molti per il terrore dei rapinatori e dei rapitori, dei teppisti tipo Arancia Meccanica vorrebbero una panic room per dormirci, almeno. Ci dormivate?”
“No. Dormivamo separati.” Scosse la testa, mettendo in moto i biondi capelli vaporosi. “Mio marito aveva una gran paura dei ladri italiani... Temeva un furto su commissione. Abbiamo dei quadri... capolavori del settecento...”
Continuò così con quell'inutile nomenclatura di ladri e quell'esercizio di equa intolleranza di sapore un po’ leghista. Poi le chiesi: ”E tu dov'eri quando si sono sentiti i due spari?”
“Ero andata in garage a prendere la cabrio, l'avevo messa in moto e mi stavo dirigendo all'ingresso della villa. Ma prima di arrivarci ho chiamato la polizia.”
“Che è arrivata subito?”
“Certo.” mi rispose infastidita.
Capii che in quella mia prima investigazione, in mancanza di un esame autoptico, avrei dovuto avvalermi dell'aiuto proveniente dalle mie letture nelle notti solitarie alla Morgue.
III. I due giallisti
Fu così che incontrammo Alfredo Dolcestoria e ci affezzionammo a questo personaggio.
Avevamo scritto in Teoria e pratica del giallo un saggio sul mistero della camera chiusa e lui venne a chiederci come avrebbero potuto assassinare Forneri, considerato che la panic room è in sostanza l'ultima concreta epifania del caso della camera chiusa. Naturalmente ci eravamo preparati e sulla nostra scrivania campeggiava una copia delle Tre bare di John Dickson Carr, in cui c'era una elencazione abbastanza completa dei sistemi per uccidere un uomo in una camera che poi risultasse chiusa dall'interno.
Indossava un vecchio completo sportivo che gli mascherava un po' la gobba.
Entrò senza degnare d'uno sguardo le foto delle dark ladies di cui erano tappezzate le pareti del nostro ufficio.
Arrancò di sbieco verso di noi. Slanciava in avanti il ginocchio destro e appoggiava poi il piede sversato all'infuori. Si muoveva in fretta, abbastanza agilmente considerata la disabilità, gamba e braccio sinistro venivano trascinati da un unico movimento impresso da una torsione del busto. Dopo qualche passo si fermò, toccò con la punta delle dita la poltrona davanti la scrivania e ci guardò interrogativo.
“Si sieda, prego” disse Giuseppe mentre lo aiutava a calarsi sulla sedia.“È sicuro di aver bisogno di me e di Luigi? Noi due siamo giallisti non poliziotti.”
Dolcestoria ansimò sibilando mentre si sedeva, poi scosse un po' la testa..
“Sapete tutto delle camere chiuse e penso che mi possiate aiutare... almeno a decidere se si è trattato di suicidio o di omicidio. Il signor Forneri è stato ritrovato all'interno della panic room con la parte superiore della testa del tutto mancante. In tasca aveva l'unica chiave elettronica della panic room. Dagli esami sulla mano è stato accertato che aveva sparato, ma dalla pistola, una Beretta calibro 38 mancano due colpi, ed in effetti un proiettile è stato ritrovano incassato nel rivestimento di legno della porta.”
“Noi sappiamo di libri gialli. Tutti i gialli che parlano di camere chiuse si basano su varianti di alcuni dei sistemi principali che può trovare in questo genere di libri...”
“Perché non me ne parlate?” (Vedi box 1)
“Preliminarmente escludiamo il trucco del passaggio segreto, non tanto perché vietato dalla regola 3 del decalogo del giallo di monsignor Knox, quanto perché le pareti della stanza erano un blocco unico d'acciaio. Questo elimina anche le varianti minori della "piccola" apertura segreta, il pannello che consente il passaggio di una mano armata o il buco sul soffitto”.
“Questo volevo da voi!” confermò Dolcestoria “Gli elementi che ho potuto riscontrare sono: la mia cliente era fuori della villa in macchina, ha sentito gli spari e ha chiamato la polizia, il responsabile della SPRAI, allertato dalla polizia, ha aperto la panic room, il commissario dr. Soave ha trovato, come vi ho detto, l'unica chiave elettronica in tasca al defunto”.
“Procedendo con sistematicità, due sono le ipotesi, la camera era realmente chiusa e sigillata o appariva solamente tale.
Se è stato suicidio la camera era effettivamente chiusa. Eppure potrebbe trattarsi d'omicidio e si elimina l'incredibile uscita dell'assassino dalla stanza in quanto questi... non vi è mai entrato, non si è trattato di un assassinio ma di coincidenze e di incidenti che possono far pensare ad un assassinio. O anche si è trattato di assassinio ma la vittima è stata costretta ad uccidersi tramite suggestione, terrore, ipnosi, gas che rende pazzi ed altre simili amenità. Oppure si tratta di assassinio perché un congegno opportunamente nascosto nella stanza scatta e uccide quando la vittima apre un cassetto o fa un qualsiasi gesto innocente. Per il congegno può spaziarsi dai congegni meccanici (meglio quelli a molla o ad orologeria), ai congegni elettrici. Oggi, ovviamente, potrebbe utilizzarsi il computer, dato che la panic room era piena di circuiti computerizzati.
– Potrebbe darsi non sia assassinio ma suicidio che si vuol far passare per omicidio. Il suicida si chiude dentro la camera e usa per uccidersi armi che poi spariscono e fanno pensare ad un assassino che è entrato e uscito. Ma questo non è il nostro caso.
– Assassinio. Il delitto è commesso dal di fuori, ma per le strane modalità sembra commesso dentro la stanza. Nella stanza vi è in genere una finestra apparentemente troppo piccola perché serva alla bisogna ma... nella nostra stanza non ci sono aperture. Questo elimina anche le soluzioni che prevedono aperture sì, ma tali che nessun uomo potrebbe penetrarvi, ma può farlo uno scimmione, l'idea del maestro Edgar Allan Poe, un nano, un pigmeo. Un serpente velenoso, oltre che dalla finestra, può passare da un condotto per l'aria o per il cordone che serve a chiamare il cameriere. Tutto questo è escluso.
– Dobbiamo escludere anche un altro meccanismo: la vittima è stata drogata. Si chiude in camera e cade nel sonno. L'assassino bussa alla porta e non ottenuta risposta si finge opportunamente preoccupato e costringe gli altri a buttare giù la porta, poi mentre va a soccorrere la vittima, commette silenziosamente l'omicidio con un ago avvelenato o spillone nel cuore (Israel Zangwill, che ha scritto un solo giallo, è riuscito a passare alla storia del poliziesco con questo trucco).
In tutti questi casi la camera è davvero chiusa dal di dentro, ma si possono considerare non attinenti al nostro caso.
Diciamo pure che questo non c'entra ma è troppo bello! Il caso in cui la stanza non è chiusa ma, da un certo momento in poi, è strettamente sorvegliata dall'esterno. La vittima è morta da tempo dentro la stanza. L'assassino/a che si è travestito/a come la vittima, entra nella stanza, si cambia di vestiti, veloce come Fregoli e ne esce quasi immediatamente col suo aspetto abituale, come se avesse appena incrociato la vittima. Se il tipo di delitto richiede tempo (pensiamo ad un cadavere fatto a pezzi) l'alibi è assicurato.
Un'altra famiglia di sistemi riguarda i casi in cui la camera solo apparentemente è chiusa dal di dentro e inaccessibile. In queste storie la soluzione è nello scoprire il modo con cui l'assassino ha truccato porte e finestre in modo da farle sembrare chiuse:
– si possono togliere i cardini della porta senza togliere il paletto o aprire la serratura; da escludere.
– si possono staccare i chiodi dell'intelaiatura della finestra e staccare tutto il telaio; da escludere.
– si può chiudere ermeticamente una finestra cui è stato tolto il vetro. Con un po' di stucco, mastice, creta, poi, il vetro è risistemato; da escludere.
– si può chiudere con la chiave dal di dentro infilando nel foro della testa della chiave una sbarretta legata ad un cordoncino, che poi si passa sotto la porta. Tirando con forza e cautela il cordoncino la sbarretta fa leva e chiude la porta. Allentando il cordoncino e dando leggeri strattoni la sbarretta si disimpegna dall'occhio della chiave e può essere recuperata dal di fuori; da escludere.
– con un sistema di spilli e cordoncini si può anche far leva sul paletto e costringerlo a scorrere (S.S.Van Dine ); da escludere.
– col solito ghiacciolo che può impedire la calata del saliscendi, accostare la porta ed attendere che, mentre il ghiacciolo si squaglia, la forza di gravità faccia chiudere la porta dal di dentro. Al posto del ghiacciolo si può usare una sbarretta legata ad un cordoncino che si può recuperare dalla fessura sotto la porta; da escludere.
– la porta è chiusa dal di fuori, l'assassino si tiene in mano la chiave, finge di vederla nella toppa, fa praticare un'apertura accanto alla serratura, inserisce la mano in cui nasconde la chiave, finge di trovare a tastoni la chiave, mentre la inserisce ed apre la porta dal di dentro; da escludere.
Riprendemmo fiato e incalzammo: “Si può chiudere la porta dall'esterno, rimandando l'unica chiave all'interno della stanza. Edgar Wallace, ne L'enigma dello spillo elabora un meccanismo veramente notevole, che vale la pena di ripercorrere.
L'assassino pianta uno spillo robusto al centro del tavolo che campeggia nella camera chiusa. Lega alla capocchia dello spillo un filo molto resistente, poi svolge il filo dal rocchetto per parecchi metri e fa passare il filo nell'occhio di una chiave. Sopra la porta della camera esiste una griglia per l'aereazione, una griglia resistente e strettissima che farebbe passare a malapena uno spillo. Fa passare il filo attraverso la grata e lo lega con un nodo a fiocco alle sue maglie, in modo che il nodo resti all'esterno.
A questo punto l'assassino ha un lunghissimo filo, da una parte legato allo spillo piantato nel tavolo, dall'altra alla griglia dell'aereazione, in mezzo la chiave. Poi l'assassino esce dalla stanza (dopo aver commesso l'omicidio, è chiaro) e prima di chiudere la porta tira a sé la chiave, sempre legata al filo, la fa passare sotto la porta, accosta il battente, infila la chiave nella serratura ed inchiava. Poi fa passare di nuovo la chiave sotto la porta e si dedica a sciogliere il nodo a fiocco sulla grata. Sciolto il nodo trae a sé il filo che, all'interno della stanza, si tende. La chiave scivola sul filo teso verso il tavolo e va a cadervi sopra. Ora la chiave è sul tavolo, basta un delicato strattone e lo spillo si stacca. Non resta che tirare il filo, per recuperarlo, il che avviene facendolo passare per quella grata che a malapena lascia passare appunto uno spillo. La camera è chiusa, l'unica chiave è all'interno, un nuovo mistero è pronto per sfidare i lettori. Peccato sia da escludere” .
“E questo è tutto?” disse e ci guardò interessato Dolcestoria.
“Quelli elencati in sintesi non sono tutti i metodi usati dai giallisti nei gialli della camera chiusa, si tratta solo di un elenco incompleto, può servire a spiegare la struttura di base di quegli inimitabili, affascinanti giochi letterari, niente di più.”
“E il marito della signora Pupin?”
“Trovato dentro la panic room chiusa dall'interno, con l'unica chiave informatica in tasca, suicidio, suicidio, in fondo non è detto che fosse felice con una donna tanto più giovane...”
“Sembra impossibile non essere felice, con una donna così! Per chi preferisce le donne, naturalmente”
Luigi ripeteva meccanicamente: “Si sentono due colpi e la signora è fuori, ha appena lasciato la macchina fuori dell'entrata. Chiama la polizia e il commissario Soave fa venire il responsabile della SPRAI. Il responsabile apre... il signor Forneri è quasi decapitato. Soave entra solo e fa rimanere tutti fuori. Entrano quelli della scientifica, il Ris o il Ros... Sembra proprio suicidio. La signora Pupin è affranta.”
Dolcestoria si mosse verso di noi con la sua inimitabile camminata. Un sorriso gli storse la bocca ma gli illuminò gli occhi.
“Ho capito come ha fatto! È lei, la mia bella cliente, l'assassina.”
“E il movente?“ chiedemmo noi giallisti “naturalmente il denaro?”
“In una delle nostre brevi confidenze mi ha detto di essere una giocatrice, avrà avuto molti debiti di gioco.” Il detective concluse a bassa voce: “Le auguro solo che in prigione abbia la sua dolce storia!”
“Ma, insomma, come ha fatto?”
IV.
Il finale degli autori… Il commissario
Il portone della Questura, quella sera a S. Vitale, era chiuso. Non che la Questura la sera chiudesse i battenti, ma si attendeva una manifestazione dei sindacati di polizia a fine turno e nessuno più dei poliziotti conosceva i poliziotti. Per questo era meglio tenere chiuso il portone.
Dolcestoria faticò a farsi aprire, aveva un appuntamento alle 20 con il commissario Soave, potevano controllare.
“Mancano dieci minuti.” osservò contrariato il piantone.
“Mi piace essere puntuale, e per arrivare fino all’ufficio del commissario, a piano terra, ci impiego questi dieci minuti.”
Il piantone lo guardò allontanarsi arrancando con il suo passo sghembo.
Ora eravamo seduti uno di fronte all’altro con la mia scrivania scura in mezzo.
“Non ho molto tempo, oggi, ne d’altro canto” aggiunsi con ironia poco sottile “credo che ci siano da fare, nell’indagine appena conclusa per la morte di Forneri, ulteriori passi in avanti. Ma prego si accomodi.”
Dolcestoria si sistemò su una sedia di lato alla scrivania e mi guardò con un sorriso pacifico “Uno solo, ma significativo… partiamo brevemente da un assunto: in questa vicenda o il suicida non si è preoccupato minimamente che non sembrasse un omicidio – il primo colpo sparato inutilmente contro il rivestimento in legno della porta blindata e il secondo sparato in piena faccia – o l’omicida non si è preoccupato che sembrasse un suicidio. In quest’ultimo caso avrebbe dovuto infatti sparare un solo, classico colpo alla tempia destra di Forneri, che non era mancino.”
Quanto era brutto, poveretto, lo continuavo a fissare distrattamente ma non riuscivo a non pensare che alla sua bruttezza. Il suo braccio sinistro, improvvisamente, fu scosso da un tremito. Guardai l’orologio: tra poco sarebbe arrivato.
“Sembrerebbe che, anche in questo caso” continuò Dolcestoria “sia vero il detto tra moglie e marito non mettere il dito…
Eppure secondo me qualcuno il dito lo deve pur aver infilato tra l’ipotesi di suicidio del ricco e vecchio Forneri e l’ipotesi di omicidio per mano della giovane e bella Pupin.”
“Quest’ultima ipotesi non ha trovato nessun riscontro.” sbadigliai io “La signora Pupin era in macchina, appena uscita dalla villa, quando udì i due spari, ci chiamò subito… e per entrare nella panic room con la Scientifica ho dovuto far intervenire un tecnico della Società Panic Room Anti-Intrusione. Non c’è stato nessun omicidio… c’è stato solo il caso di un uomo troppo ricco e stanco di campare che prima di spararsi ha esploso un colpo per sentire distintamente come avrebbe battuto alla sua porta la signora morte. La prova del guanto di paraffina ha accertato che la sua mano ha impugnato la pistola.”
“Convincente” esclamò Dolcestoria “ma la signora Pupin non è stata vista da nessuno fuori della villa in macchina quando sono stati esplosi i due colpi… la numerosa servitù, quel giorno, era variamente impegnata fuori della villa.”
“Per questo è stato assunto lei, un investigatore privato novizio, anche se per me il caso è chiuso: SUICIDIO. La Pupin vuole che su di lei, nel suo ambiente, non rimanga l’ombra di un sospetto… si dia da fare, Dolcestoria, invece di girarci intorno.”
“È quello che faccio, commissario, e anche per me il caso è ormai concluso: OMICIDIO!”
Ora non mi sembrò più così brutto: aveva un volto raggiante, mi guardava trionfante, con un sorriso stampato sulle labbra sottili.
Bussarono alla porta. Era puntuale il tecnico della SPRAI.
Così li avevo tutti e due seduti davanti alla mia scrivania.
“La domanda l’ho rivolta già in precedenza, ma la sua risposta dovremo metterla agli atti dell’indagine” sfilai un fascicolo azzurro da una pila sulla mia destra e lo aprii “era possibile per qualcuno aprire all’esterno la porta blindata chiusa a chiave, magari con una seconda chiave elettronica o con qualsiasi altro mezzo, strumento o codice?”
“No” il tecnico fu categorico “Dr. Soave, lei lo ha visto con i suoi occhi perfino io ho dovuto impiegare due ore prima di aprire quella porta… ci avrei messo meno ad aprire la cassaforte di una banca.
Neanche noi della SPRAI abbiamo seconde chiavi, e dobbiamo ricorrere a speciali procedure segrete e strumenti appositamente brevettati, per completare le operazioni di sbloccaggio. La serratura della panic room è un cervello particolarmente dotato e complesso.”
“L’unica chiave elettronica” sibilò Dolcestoria “l’ha ritrovata dunque all’interno, infilata nella toppa?”
“Non è così che funziona.”
“Allora era poggiata su un tavolo?”
“No, era nella tasca della giacca del suicida” spiegai “l’ho trovata subito…”
A questo punto vidi Dolcestoria alzarsi e cominciare a camminare per la stanza, avanti e indietro, nonostante gli costasse un notevole sforzo: la torsione del busto ad ogni passo imprimeva due diversi movimenti alla gamba destra, il cui ginocchio schizzava in avanti, e alla gamba e al braccio sinistro che, spostati indietro, venivano forzatamente trascinati nel movimento deambulatorio.
“A questo punto” esordì Dolcestoria con voce affannata” le ipotesi sono soltanto tre, dato che, come ho verificato con due giallisti, il suicidio in una camera chiusa è un’ipotesi assolutamente residuale.”
“Quali?” chiese il tecnico della SPRAI, sconvolto da quella camminata.
“La prima è che proprio lei abbia ucciso il Forneri: era l’unico che poteva uscire dalla panic room, richiuderla, e poi, convocato dalla Polizia per riaprirla, riporre la chiave nella tasca del morto, nel trambusto generale.”
“Ma, ma… il movente?” balbettò il tecnico allargando le braccia.
“Non lo so, né m’interessa” proseguì Dolcestoria “dato che la signora Pupin, unica presenza in villa, avrebbe dovuto senz’altro scorgerla… quanto meno all’uscita dopo aver udito gli spari.”
L’uomo della Sprai abbassò le braccia, sollevato.
“La seconda è che l’abbia ucciso io” dissi sorridendo “sapevo in anticipo che ci sarebbe stato l’intervento di un tecnico per riaprire la porta blindata e quindi la possibilità di rimettere la chiave elettronica all’interno. Ma…” feci una lunga pausa studiata.
“Ma anche per lei, dr. Soave,” continuò ansimando Dolcestoria “vale l’obiezione di prima: la Pupin non poteva non scoprirlo… no, lei, commissario non ha ucciso quell’uomo.”
Dolcestoria si immobilizzò per riprendere fiato, l’aveva ormai esaurito. Lo vidi alzare il mento e guardare il fascicolo azzurro che avevo davanti.
“Dunque la terza ipotesi è la verità!” sentenziò “ma facciamo un passo indietro e fingiamo di sfogliare il rapporto da lei scritto e inoltrato all’autorità giudiziaria la cui copia è in quel fascicolo.”
“Se vuole può anche leggerlo, tanto ormai il caso è chiuso.” Gli proposi soavemente.
“Non è necessario, grazie, immagino che sia particolareggiato che ci sia allegato il rapporto della scientifica, con le prove balistiche della pistola, l’esame autoptico del medico legale eccetera eccetera… un po’ me ne intendo, dato il mio precedente mestiere alla Morgue.”
“Dove vuole arrivare?” gli chiese il tecnico della Sprai.
“Al fatto che, da qualche parte nella panic room, dove il Forneri teneva abitualmente la pistola ci dovesse anche essere un silenziatore… ho controllato e quel tipo di Beretta, con quel calibro, è dotata di silenziatore.”
“Era nel cassetto centrale della scrivania.” confermai silenziosamente “”e allora?”
“Allora qualunque assassino in una camera chiusa l’avrebbe usato” riprese a camminare con ritrovata vigoria “per ritardare la scoperta del cadavere, per non far sentire gli spari, per non essere scoperto insomma. Dato che le panic room non sono insonorizzate.”
“Mentre nessun suicida” aggiunsi io “si è mai sparato col silenziatore, non gli importa di non far sentire il colpo. Si arrenda, Dolcestoria, Forneri si è suicidato!”
“Nel nostro caso” m’ignorò il gobbo “l’assassina voleva farsi sentire, invece, con il primo colpo, esploso con i guanti, uccise il marito frontalmente, a brevissima distanza, e poi sparò un secondo colpo verso la porta facendo impugnare l'arma al marito morto, per sfruttare la prova del guanto di paraffina sulla mano di Forneri: la prova regina del suicidio! Elementare.”
“Se la signora Pupin ha ucciso il marito” gli chiese il tecnico della Sprai “ come ha fatto a rimettergli la chiave in tasca? dato che non ha potuto aprire in nessun modo quella porta blindata…”
“Lo ha confermato anche poco fa… curioso che lei sia stato convocato dal dr. Soave proprio il giorno e l’ora del mio appuntamento” Dolcestoria si rivolse verso di me “evidentemente voleva che io sapessi che quella circostanza è inoppugnabile.”
“E infatti lo è,” disse il tecnico “ma allora come ci è finita la chiave elettronica nella tasca del morto.”
“È chiaro” sbottai “secondo il qui presente investigatore privato novizio, ce l’ho messa io!”
“Il delitto è stato progettato nel giorno e nell’ora in cui non c’era la servitù in coincidenza con il giorno e l’ora in cui il dr. Soave era di turno alla Volante. Anche questo è elementare.” esclamò Dolcestoria “La bella Pupin dopo aver sparato al marito ha richiuso la porta blindata con la chiave elettronica, è uscita in auto e ha chiamato il 113.
Spari in una villa famosa, così oltre alla volante di zona, su un’Alfa sale di corsa anche un commissario di PS, che nell’incontrare la signora, mentre le da la mano, prende la chiave. Voilà, il gioco è fatto! Non rimaneva che chiamare la SPRAI e approfittare del piccolo trambusto dei primi rilievi per mettere la chiave nella tasca del morto.”
Dolcestoria stroncato dalla narrazione si lasciò cadere sulla sedia. Fu come se si rompesse, per i sordi rumori che provenivano dal suo corpo.
“Una ricostruzione possibile, lo ammetto, ma ci sono solo pallide ombre di prove indiziarie, un eventuale processo di complicità in omicidio non mi spaventerebbe certo. Eppoi perché avrei dovuto commettere il reato? per i begli occhi della signora Pupin?”
“Anche per le gambe, se è per questo…” disse il gobbo malefico.
“Insomma per amore?!” lo interruppe il tecnico.
“Inizialmente, del gioco,” precisò Dolcestoria “per amore del gioco, deve averla notata nella bisca clandestina sul Lungotevere Sanzio, era bella, ricca e corrosa, come lui, dal desiderio compulsivo di giocare d’azzardo. Poi una carta tira l'altra sono diventati amanti, una storia dal gusto amaro!”
Dolcestoria si mise una mano in tasca e tirò fuori un foglio di giornale, lo spiegò accuratamente sulla mia scrivania: era una pagina di cronaca de Il Messaggero di qualche settimana prima.
“Così ordinò una retata e, probabilmente, in questa stessa stanza, sbocciò la loro complice intesa o la loro passione, come preferite.” riprese fiato “In quest’articolo c’è il nome del commissario che effettuò la retata, il dr. Soave, e tra i clienti fermati per l’identificazione, la signora Pupin.”
Il tecnico della Sprai si sporse per leggere l’articolo, io guardai quei due mentecatti senza battere ciglio “Come dicevo ombre di prove indiziarie, non si arriva neanche a un processo…”
“C’è sempre però la memoria della serratura elettronica” se ne uscì l’uomo della SPRAI “da verificare.”
“Che significa?” chiedemmo insieme io e Dolcestoria.
“Non l’ho fatto perché non era necessario, ma ora, su richiesta del p.m. potrei verificare la memoria di quel cervellone di serratura, che sa distinguere le aperture e chiusure esterne da quelle interne, nell’ora e nel giorno in cui sono state effettuate. L’ultima apertura, dall’esterno è quella che ho operato io, prima c’è stata una chiusura…”
“E se è stata fatta dall’esterno della stanza” mi gelò il sangue nelle vene l’investigatore disabile “vuol dire che è stata la signora Pupin a chiudere la porta dopo aver ucciso il marito, e non Forneri a chiudersi dall'interno nella panic room per potersi suicidare meglio.”
Dalla strada provenivano le urla forsennate del corteo di poliziotti. Erano ormai arrivati vicino alle finestre del piano terreno.
Mi soffiai il naso e bofonchiai nel fazzoletto “Alla sua prima indagine ha scoperto la colpevolezza della sua cliente e di un poliziotto, maledetto sciancato, non andrà lontano.”
Dolcestoria si era avvicinato alla finestra per guardare il corteo dei manifestanti.
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